giovedì 25 dicembre 2014

Nella terra di Messapia

La prima metà di giornata fu di feedback sui primi due giorni di viaggio. Più semplicemente, volevamo fare il punto su quanto vissuto e manifestare reciprocamente ciò che sentivamo di condividere con l'altro. Una parte essenziale di ogni buon viaggio, direi, ma allo stesso tempo una sana pratica per la vita quotidiana. Specie in un'epoca, la nostra, che corre veloce, dominata quasi del tutto dalla videocrazia e ferma, molto spesso, alla crosta superficiale delle cose e degli uomini. A una dimensione in cui la volontà e i bisogni interiori di ogni individuo sono soffocati da un dover essere convenzionale, freddo, omologante. Da un cartellino o da un numero di matricola.
Durante la conversazione, gran parte delle nostre riflessioni s'incentrò su quanto accaduto la sera prima. Le paure, gli attriti ma anche gli stimoli e i punti di forza. Analizzammo tanto ma cercando di non appesantirci troppo. Avevamo la sensazione che tante risposte e altrettante domande sarebbero arrivate solo più avanti, strada facendo. Ma, intanto, quel momento di condivisione ci servì, moltissimo. Ci ricaricammo di nuova energia e della consapevolezza che, se non altro, eravamo... 'nmenzu la strada. E ripartimmo.
Ad un distributore di benzina facemmo l'autostop salendo in macchina con una signora, all'inizio un po' diffidente. «Vi ho preso solo perché ho visto lei», cioè Estelle. Naturalmente non mi offesi e ci ridemmo sopra. Anzi, a pensarci bene, neanche io mi sarei dato un passaggio in macchina con quelle scarpe sporche, la barbona incolta e la canotta sudaticcia e puzzolente. Difficile uscire dalla gabbia di stereotipi e atteggiamenti di diffidenza. Il timore dello sconosciuto ha una diffusione crescente ma indotta da certi media e dai (non)luoghi virtuali di internet in cui si rischia l'alienazione sociale. «Alla televisione se ne sentono di tutti i colori»: quante migliaia di volte viene ripetuta questa frase? Bene, questa è una delle ragioni per le quali ci ostiniamo a viaggiare, e a farlo in un certo modo, come forma di resistenza attiva al sentito dire alla televisione che isola le persone allontanandole e inibendo la solidarietà insita, crediamo, nella natura umana. Viaggiamo per dimostrare che l'essere umano, al di là delle aberrazioni che amano collezionare i media, è capace anche di cose bellissime. Non per retorica - né in teoria né in astratto né in linea di massima né per sottinteso - ma su quel piano reale, vivo e tangibile che dovremmo tornare a frequentare di più, a riconoscere, sviluppare, allargare, fare nostro. Viaggiamo per dimostrare che una di queste cose belle è anche una costante ineliminabile della storia dell'uomo: e si chiama incontro, scoperta di chi è - ad un tempo - altro, simile e diverso da noi.
E di scoperte e incontri noi non eravamo mai sazi. Così, passato mezzogiorno, alla stazione di Polignano salimmo su un treno e ci lasciammo trasportare cullandoci nei pensieri intervallati dall'incrociarsi dei nostri sguardi. Arrivammo a Lecce nel primo pomeriggio. La città era tutta per noi e per pochi altri disertori dell'ora della siesta. Il silenzio ci parlava di un centro storico da gustare con lentezza e un po' di curiosa leggerezza. Quella pietra bianca e barocca che dava sostanza ad ogni palazzo, chiesa, basola. Con occhi e passo attenti, vagammo per strade e vicoli. Poi da un cancelletto sbirciammo un cortile universitario di statue sparse che ci attirarono dentro. Alcune curiose ed espressive, altre suggestionanti. C'era la coppia di ballerini, l'acrobata in verticale equilibrio sulla sedia,  oppure la dama fascinosa tra le pieghe di una tenda verde, esitante se mostrarsi finalmente alla finestra o attardarsi ancora. E c'era anche il custode, questo però in carne ed ossa, in vena di racconti sui suoi viaggi e sulle fughe d'amore in gioventù.
Eravamo finalmente approdati in Salento. Lu suli, lu mari, lu ientu era il paradigma da boicottare, andando alla ricerca di quel quid di popolare, tradizionale, rituale, atavico, che ci avrebbe permesso di assaporare le storie e le radici nascoste di una terra da toccare a mani nude. Venimmo a conoscenza, attraverso la rivista Qui Salento, de “La notte dei miti”. Un evento presentato come un misto di storia, tradizione, danza e cultura, che si sarebbe svolto in serata a Caprarica di Lecce, un comune di appena duemila abitanti, lontano solo dieci-dodici chilometri dal capoluogo. Un buon pretesto, pensammo, per introdurci nell'entroterra della penisola salentina.
Per raggiungere il paesino c'era un piccolo autobus che faceva da spola tra Lecce e i comuni limitrofi. Dovevamo “solo” raggiungere la relativa fermata.  Alla stazione, l'impiegato ci aveva invitato ad attendere posizionandoci di fronte l'istituto Inps. Di differente avviso erano, però, i suoi due colleghi dell'ufficio centrale, contattati poco dopo al telefono. Il primo ci indicava il capolinea di piazzale Vittime del terrorismo, mentre il secondo sosteneva l'opzione di piazzale Aldo Moro. Entrambi si sbagliarono e per un momento immaginai si trattasse solo di un diverso modo di chiamare lo stesso piazzale. O forse il primo piazzale conteneva anche il secondo, in base al ragionamento che collocava Aldo Moro tra le vittime del “terrorismo rosso”. Mi persi per un attimo nei meandri del mio contorsionismo mentale, riuscendo pure a tirar fuori una riflessione di carattere politico-ideologico sul periodo brigatista. Ma era solo un delirante diversivo al rompicapo da risolvere per trovare quella benedetta fermata dell'autobus. A quel punto, seguimmo l'indicazione dell'impiegato alla stazione. Ma, manco a dirlo, anche questa si rivelò sbagliata. Dopo un'ora, infatti, l'autobus ci passò davanti tirando dritto. Avevamo mancato la corsa. La successiva e ultima della giornata sarebbe stata due ore dopo. Ci affidammo allora alla guida di un passante che, con eccezionale disponibilità, addirittura ci imbarcò in auto per cercare insieme la fermata giusta. Alzò poi il telefono per parlare con l'agenzia dei bus, ma finì per inveire vivacemente contro di loro, mentre scorrazzava disperato lamentando la «vergognosa disorganizzazione dei trasporti pubblici al sud!». Per  concludere inalberato: «E ci chiediamo pure perché i turisti scappano!». Alla fine però, ritrovata la calma, l'automobilista ci fu d'aiuto risolutivo e riuscimmo a salire su quell'autobus. Pensai che, certo, magari al nord saranno più organizzati che al sud con i trasporti, ma per contro, probabilmente, disconoscono la comicità di simili episodi...
Arrivammo a Caprarica quando era ormai sera. L'autobus ci lasciò davanti ad una piccola pasticceria: entrammo per chiedere informazioni e uscimmo con in mano un tubetto di carta-forno ripieno di crema al pistacchio appena preparata e donataci dal simpatico e gentile pasticcere. Dopo una leggera salita, c'immettemmo nella piazzetta principale, dove attaccammo bottone con alcuni anziani attrezzati con tavolini e sedie per la briscola. La piazza era tutta per loro, nessun altro abitante in vista. Alzammo gli occhi e in alto, sullo sfondo, un sentiero di luci che sembrava indicarci la via di un luogo sacro, mistico. Era l'archeodromo di Caprarica, dove si sarebbe svolta “La notte dei miti”. Il suo nome era Kalòs e si trattava del più grande museo a cielo aperto d'Italia...!
Lasciammo il centro, la piazzetta con gli anziani, e salimmo tra le ombre degli ulivi nei campi che si aprivano ai lati della strada, il buio stemperato dal bagliore della luna, e quelle luci, quei fuochi a vista sull'altura di Kalòs.
Appena arrivati, trovammo l'atmosfera di una festa di paese. Tante famiglie e parecchi giovani. Ma pochi stranieri, per lo più erano cittadini accorsi da ogni parte della provincia leccese. Certo, l'aspetto commerciale dell'evento non mancava: come il tariffario, tutt'altro che popolare, esposto ai gazebo che proponevano piatti contadini di zuppe “messapiche” insieme a lu mieru (così chiamato il vino in dialetto salentino) e all'immancabile puccia*. Una gioia vedere tanti bimbi correre liberi nel giardino - a contatto con l'erba - con i padri costretti a rincorrerli tra pietre, tavoli e panche di legno. Poi c'era anche un bel palchetto pronto ad ospitare l'esibizione di band locali per la tradizionale danza della pizzica**. E alla sinistra l'entrata del museo. La visita era organizzata e condotta da un gruppo di storici e altri esperti, attraverso la rappresentazione di alcune delle fasi evolutive della storia dell'uomo, sulla base delle ricerche dell'Università degli studi del Salento. L'idea era venuta ad un archeologo di Caprarica che aveva acquistato quel terreno per farne parco archeologico, coinvolgendo nel lavoro per la costruzione e il mantenimento diverse maestranze del posto. Parlando con uno degli addetti ai lavori, capimmo che per l'archeologo c'era in giro una gran riconoscenza per quel progetto culturale, tra l'altro occasione di lavoro e contributo per l'economia locale. La suggestività degli scenari e delle ricostruzioni dal vivo era innegabile. Il primo spazio, in cima all'altura, era dedicato all'età del bronzo, attraverso la riproduzione di esemplari delle preistoriche capanne con le comparse di alcuni artisti senegalesi per la rappresentazione delle scene di vita quotidiana. Ci avvicinammo ad uno di loro che, accovacciato, scheggiava la pietra davanti al fuoco. «Le mie mani iniziano a consumarsi», ci confessava sorridendo, per poi girarsi verso i bambini affascinati dalla sua presenza. Ad un certo punto, qualcosa riuscì ad attirare magicamente l'attenzione della folla, sedando il chiacchiericcio. Dalla specchia, la dominante torre di avvistamento fatta di pietre, i ritmi dei tamburi africani aprirono il rituale sciamanico, con una fetta di luna che sembrò accendersi ai primi canti tribali. Una donna iniziò la danza, poi a lei si unì l'uomo che poco prima scheggiava la pietra, per proseguire insieme. Un momento che, forse, avrebbe richiesto un contesto più intimo per esprimere a pieno la sua spiritualità, ma che già così faceva percepire parte di una potenza capace di trascendere i confini tra reale e magico, tra cielo e terra, aprendo al flusso universale della pura totalità. Agli albori dell'umanità.
Della profondità di quel rituale avemmo conferma poco dopo, quando, da dietro la specchia, ci fermammo a dialogare con i ragazzi senegalesi che ci spiegarono del loro tentativo di dare continuità a quella tradizione, attraverso gli insegnamenti del loro maestro che andavano a trovare periodicamente in Senegal. Quella storia ci lasciò colpiti, avvertendo dal vigore degli occhi e dal peso di quelle parole quanto credessero nell'importanza della loro missione.
Proseguimmo nell'itinerario, alla scoperta del popolo dei Messapi. Ne avevamo sentito parlare più volte lungo il nostro viaggio e fummo felici, finalmente, di conoscere la storia degli antenati dei salentini. Apprendemmo di una civiltà frutto dell'incontro tra le popolazioni indigene della terra tra i due mari e quelle venute dalla Grecia. Un popolo guerriero ma pacifico, vissuto alcuni secoli prima di Cristo, la cui ricca cultura fu poi violentemente cancellata dalla furia colonizzatrice dell'impero romano. E proprio al “mito” di Roma era dedicata l'area successiva del percorso, sulla quale ci soffermammo poco, a dire il vero. Non ci parve tanto una buona idea affiancare la storia delle vittime - i Messapi - alla celebrazione dei carnefici romani. Di questi ultimi, purtroppo, sui libri di storia si rappresenta sempre la “grandezza” passando però in sordina il prezzo di quella “grandezza”, ossia il genocidio subito da altri popoli, tra cui l'antica civiltà messapica. In quella parte dell'itinerario, c'era pure l'esibizione di un'associazione di cultori del combattimento romano che, vestiti da legionari e armati di spade, si alternavano simulando duelli all'interno di un accampamento militare «fedelmente riprodotto». L'obbiettivo era quello di infondere la passione per il «grande popolo romano» conquistatore, specie tra i giovani - ci spiegava uno di loro mentre ci avviavamo a terminare il percorso archeologico, lasciandoci non poco perplessi...
La musica dal palco, nel frattempo, ci attirò di sotto per ballare la pizzica. Estelle, naturalmente, danzava magistralmente; io, invece, mi limitavo a saltellare un po' a cazzo (il termine è d'obbligo per rendere l'idea) sforzandomi di seguire il ritmo, quando ad un certo punto venni trascinato da una signora di mezza età, che con pazienza cercò di insegnarmi i passi. Una sudata stratosferica.
Ballammo sino alla fine, stanchi dopo la lunga giornata ma molto divertiti. Quando staccarono la musica, eravamo rimasti solo noi due e il personale in servizio. Restammo a conversare con loro sino alle tre, quattro del mattino. Tutti molto curiosi del nostro viaggio e di conoscere quella che sarebbe stata, dopo Caprarica, la prossima tappa. Uno di loro volle aprire la nostra cartina per indicarci un interessante cammino lungo la costa. Un altro ci offrì i cornetti caldi alla crema appena portati da Lecce. E per chiudere in bellezza ci invitarono pure a dormire lì, in quel grande giardino, sotto la tettoia per ripararci dall'umidità. Li ringraziammo, ma ci sembrò un po' troppo comodo. Preferimmo seguire la chiamata degli ulivi fuori per il nostro primo selvaggio bivacco nella terra di Messapia.

* la puccia è un tipo di pane ripieno tipico del Salento. Nella nostra esperienza abbiamo appurato che, per la preparazione, in alcune zone si utilizza l'impasto della pizza e i condimenti variano in base alla zona geografica;

**  la pizzica è la tradizionale danza popolare salentina appartenente alla famiglia delle tarantelle. Oggi è un po' una moda folcloristica, e per certi versi un business, ma risalendone le origini storiche è essenziale comprenderne la tensione onirica e il ribelle disagio espresso da un ballo che è molto di più. Sul fenomeno del tarantismo ho da poco iniziato a leggere - come approfondimento post-viaggio - uno studio etnografico illuminante, che consiglio: La terra del rimorso di Ernesto De Martino.




venerdì 19 dicembre 2014

Volare! Oh oh!

Ci svegliammo all'alba, uscimmo dal sacco a pelo e ci mettemmo in riva al mare. I piedi accarezzati dalle onde fresche e tra le mani due grosse fette di anguria. Dolcissima e freschissima come il mare, dopo la lunga brezza notturna. Verso le sette e trenta arrivarono i primi assidui frequentatori di quel ritrovo, a cui offrimmo l’anguria rimasta ricevendo in cambio dei fichi bianchi tondi e gustosi. Iniziammo con dolcezza la giornata, pronti a riprendere la marcia. Per ricambiare con un piccolo gesto l’ospitalità ricevuta, lasciammo sotto la capannina, in un angolo, un grazie sulla sabbia disegnato con le pietruzze e una piuma d’uccello posizionata alla fine. Come una penna carica d’inchiostro, simbolo e presagio di nuove storie e incontri da vivere e raccontare.
Con Adriano e Marta l’appuntamento era a Polignano, così, con poca acqua e tanto caldo, ci avviammo per la strada. Dopo circa due chilometri, un giovane barbuto con la bicicletta, superandoci, ci lanciò un saluto con la mano, aprendo alla felicità dei nostri occhi un sorriso splendido. Fece non più di venti metri e tornò indietro da noi. «Da dove venite?», ci chiese. «Io dalla Francia e lui dalla Sicilia - rispose Estelle - abbiamo passato la notte a Cozze e adesso andiamo a Polignano». Luigi, quel simpatico ciclista, coltivava la passione per i viaggi a piedi zaino in spalla – era visibilmente felice di averci incontrato - e quel suo sorriso accompagnato da due occhioni verdi e da una simpatica barbetta rossa ci misero addosso una straordinaria allegria. A quel punto, si offrì di guidarci nella visita di Polignano una volta giunti lì: «Vi avrei dato un passaggio se non fossi stato in bicicletta». Ed entusiasmati anche noi dall'incontro, ci demmo appuntamento direttamente in paese. Alla fine, arrivammo prima di lui, grazie a due care signore che ci presero volentieri in macchina, anche in questa occasione, come a Mola, spontaneamente, senza che l’avessimo richiesto.
Il paese del celebre Domenico Modugno si presentò ai nostri occhi come un borgo incastonato nella roccia, a strapiombo sul mare. Le case basse, vicine tra loro e tinteggiate di bianco. «Una località fino a qualche anno fa sconosciuta al turismo di massa», ci spiegò Luigi. Poi la statua di Modugno, una puntata della soap-opera americana Beautiful, le gare internazionali di tuffi organizzate dalla multinazionale red bull, ed ecco che il paesino sconosciuto divenne una delle mete estive più ambite dagli stranieri. Della serie: la nuda e cruda bellezza da sola, forse, non attira le masse, ma al marketing non si resiste.
Attraversammo il ponte di Lama Monachile sopra la via Traiana*, superammo l'arco Marchesale per l'ingresso al centro storico, e poco dopo ritrovammo Luigi, grondante di sudore, con la sua bicicletta e il suo sorriso grande. Più avanti, la piazzetta, con un continuo via vai di turisti. In alto, seduti al balconcino, l'uno di fronte all'altro, una coppia di anziani. Un quadro magnificamente avulso da quel contesto di caotica e turistica messa in scena. Era bello osservare come si parlavano guardandosi negli occhi. La loro attenzione era amorevolmente dedicata unicamente a loro stessi. Erano il vero del particolare che resiste alla sfigurazione del generale livellamento e della prostituzione commerciale. Lontani nel tempo, appena due metri sopra la piazza, in trincea tra negozi di souvenir, ristoranti e hotel di lusso.
Lasciammo gli zaini presso l’ufficio informazioni turistiche, grazie al permesso della ragazza che ci lavorava, all'ombra del chioschetto a destra del Modugno nazionale, preso d'assalto dai turisti per l'immancabile foto di rito. «Volare!», fuor di metafora, avrà di certo pensato Domenico a braccia aperte. E la voglia di volare, in effetti, veniva anche a noi al solo pensiero di fare una sosta nella vicina spiaggia di Cala Porto. Era impressionante vedere centinaia e centinaia di persone accalcate nell'unico tratto di sabbia e ciottoli non più lungo di venti metri e profondo meno di cinquanta. Un formicaio di gente, mi verrebbe da dire, se non fosse che quell'informe e disconnesso raggruppamento di essere umani non aveva nulla a che vedere con la tanto complessa, quanto armoniosa e danzante, interazione delle formiche con l'ambiente in cui agiscono. Anche perché, senza bisogno di chissà quali sforzi nella ricerca, percorrendo giusto poche centinaia di metri più in là, si trovavano liberi ampi spazi rocciosi frequentati solo da persone del posto dove, al contrario, non si era costretti alla gincana per raggiungere lo specchio d'acqua.
Ci inebriammo allora di una nuotata in pace e verso mezzogiorno ci raggiunsero anche Adriano e Marta che avevano preparato una deliziosa insalata di riso per un picnic rinforzato dalle focacce al pomodoro - le mitiche fcazz' baresi - che il buon Luigi volle assolutamente offrirci.
La mattinata trascorse così, nell'affettuosa compagnia dei nostri amici, passeggiando tra le viuzze del paesino e leggendo le poetiche massime di Torquato Tasso, Montale, Mark Twain e altri, che un pittore polignanese aveva dipinto su muri, porte e gradini.
Nel tardo pomeriggio Marta, Adriano e Luigi tornarono a casa e ad Estelle e me sembrò il momento di rimettersi in cammino. Mancava poco perché il sole calasse ma volevamo percorrere almeno un paio di chilometri per trovare un bel posto all'aperto in cui passare la notte. Decidemmo di raggiungere Torre Incine, una località distante tre o quattro chilometri, su suggerimento della ragazza dell'ufficio turistico che faceva il turno del pomeriggio. Ci convinsimo a fidarci di lei quando prese a raccontarci del suo avventuroso viaggio compiuto in Svezia insieme ad un'amica. «Torre Incine è una caletta tranquilla, potete andare lì», ci consigliò. Così ripartimmo e uscendo dal paese ci fermammo a chiedere indicazioni ad un gruppetto di vecchietti riunito all'ingresso di un bar. «Per Torre Incine proseguite dritto», ci disse uno di loro, «ma attenzione perché...». E fece il segno di sventolarsi l'orecchio evidentemente per palesare il rischio, a suo modo di vedere, d'incontrare omosessuali. Scuotemmo la testa, un po' perplessi ma non più di tanto: nel quotidiano, purtroppo, siamo abituati – ma giammai rassegnati – a questo genere omofobo di morettiane chiacchiere da bar**, per l'appunto. «Non è vero, non vi preoccupate, a Torre Incine ci vado io a pescare domani mattina», replicò un altro vecchietto in aperto dissenso col suo compare. «Bene, allora ci vediamo domattina», rispondemmo noi riprendendo la via. Dopo circa due chilometri ci trovammo all'imbocco della strada provinciale. Allo svincolo fermammo un automobilista sulla trentina. «Scusa, per Torre Incine?». «Continuate a destra, sempre dritto, ma state attenti».  «A cosa?», chiedemmo. «La sera è un posto mal frequentato». Non afferrammo il senso, ma il ragazzo ci sembrò piuttosto preoccupato. Ancora omofobia e ignoranza o la sua preoccupazione aveva un fondamento diverso?
Nel frattempo era scesa la sera, le macchine sfrecciavano e rischiavamo seriamente che c'investissero. Percorrevamo i bordi della carreggiata, con una piccola torcia per segnalare la nostra presenza, quando una macchina in sorpasso riuscì quasi a stendermi, passandomi ad appena un palmo di distanza. Estelle era pochi metri più indietro. Ci fermammo allora un attimo da parte: dovevamo valutare se fosse ancora il caso di continuare non essendoci vie secondarie rispetto a quella sulla quale c'eravamo immessi. Nessuna visibilità, la nostra luce era troppo piccola e debole, le auto non riuscivano a vederci e mancavano ancora due chilometri per raggiungere la meta. Avvertivamo la stanchezza, ma dovevamo decidere in breve tempo. C'era il pericolo delle macchine, ma anche l'incognita di Torre Incine: la possibilità di trovare tutt'altro che “una caletta tranquilla” come descrittaci dalla ragazza dello sportello turismo, considerato quell'ambiguo avvertimento dell'automobilista da decifrare. Era il primo momento di difficoltà dopo due giorni di viaggio. Le alternative a Torre Incine che trovammo erano due. La prima era quella di rifare altrettanta strada all'indietro per ritornare a Polignano. Ma la scartammo quasi subito: avremmo trovato senz'altro il pienone di gente. La seconda era rappresentata da alcune campagne al di là della strada, ma facilmente accessibili alle macchine. Alla fine optammo per andare avanti, puntando la torcia a terra e saltando sul guard rail al passaggio di ogni macchina. Quasi divertente, al netto delle palpitazioni, delle energie che diminuivano e della voglia di arrivare presto a destinazione. Superammo due curve cieche di corsa, poi un lungo rettilineo e finalmente una luce in lontananza che illuminava una costruzione. Sulla sinistra c'era Torre Incine. Svoltammo, ma notammo subito uno strano trafficare di macchine. Entravano, si spingevano nel buio e spegnevano le luci. Una vettura passandoci vicino quasi si fermò. Dai vetri quattro o cinque uomini ci fissarono. Poi anche loro si diressero in fondo allo spiazzo, luci spente. Fazzoletti sporchi per terra. Capimmo si trattasse per lo meno di un ritrovo notturno per coppie. Ma forse c'era anche dell'altro. Ad ogni modo, la situazione non ci piaceva affatto. Uscimmo e ci ritrovammo di nuovo sulla strada. Erano passate da un pezzo le 22 ed eravamo esausti. Ci consultammo ancora, ma a quel punto non potevamo più tornare indietro, troppo rischioso. Un forte senso di frustrazione e nervosismo: in casi come questo sarebbe stato sin troppo facile sfociare nel conflitto. Parole dette in un certo modo che genera fraintendimenti, incomprensione, rabbia che comprime la lucidità. Ma il viaggio è anche e soprattutto questo, e dovevamo superare la prova, trovando la calma. E una soluzione. Ci guardammo intorno più volte, quando finimmo per scorgere un'altra luce a circa quattrocento metri da noi. Forse un'abitazione. Ci muovemmo per raggiungerla, scavalcammo una recinzione e scoprimmo che in realtà si trattava di una pizzeria. Deserta. I tavoli fuori erano vuoti e dentro non sembrava esserci anima viva. Poco dopo il nostro arrivo, entrarono due coppie di tedeschi. Volevano accomodarsi per la cena ma non vedendo nessuno tornarono indietro. Noi restavamo ancora lì. «C'è nessuno?». Niente. Nell'attesa, all'intorno dell'edificio individuammo un simpatico giardino coperto dai pini. Aguzzammo gli occhi: piazzare la nostra piccola tenda lì sarebbe stato l'ideale. La migliore e forse l'unica delle soluzioni praticabili. Bastava trovare e convincere il proprietario, che dopo un quarto d'ora finalmente arrivò. «Scusate ragazzi, ero di là e non vi sentivo, cosa vi serve?». Gli spiegammo brevemente da dove venivamo, il nostro viaggio e perché eravamo giunti fin lì. Ma non ci fu bisogno di molte parole. Paolo, il pizzaiolo, capì e ben volentieri ci concesse per quella notte una porzione del giardino della sua pizzeria. «Potete restare tranquillamente, stasera non ho nemmeno acceso il forno». Gli affari gli andavano male, purtroppo. Paolo era da poco tornato dalla Germania, dove aveva lavorato nella ristorazione mettendo da parte qualche soldo. Voleva creare finalmente la sua pizzeria, in Puglia, nella sua terra. E ci stava provando. Quella, però, era la quarta settimana che andava in bianco ed era quasi sul punto di chiudere baracca.
Restammo alcune ore ad ascoltarlo, si aprì molto con noi. Ci parlò della sua esperienza tedesca: le piccole soddisfazioni a lavoro, le difficoltà con la lingua, il freddo boia a cui non era riuscito ad abituarsi e il calore della sua terra che gli mancava. Volle sapere di noi, era incuriosito dal nostro viaggio anche se lo considerava fuori dai suoi canoni. «State tutto il giorno in giro, utilizzate la doccia dentro se avete bisogno». Gentile e solidale fino alla fine.
L'indomani mattina, prima del suo arrivo, lasciammo sul tavolo, con un biglietto di ringraziamento, alcune patate raccolte nei campi di Cozze e una bevanda energetica regalataci da un bagnante. Frutti di viaggio. Grazie Paolo, piazzaiolo dal cuore grande. Buona fortuna.
* antica strada romana che, come variante alla via Appia, serviva a collegare Benevento a Brindisi;

** mi riferisco naturalmente alla memorabile scena del film di Nanni Moretti Ecce Bombo in cui Michele al bar, dopo aver ascoltato pochi secondi un cliente abbandonatosi in uno di quei consueti discorsi qualunquistici da italiano medio, finisce per aggredirlo: «Rossi e neri sono tutti uguali? Ma che siamo in un film di Alberto Sordi? Sì, bravo, bravo...Te lo meriti Alberto Sordi!».




sabato 6 dicembre 2014

Partiamo e poi vediamo

Lasciavamo alle nostre spalle Bari, percorrendo il suo lungomare, tra spiagge affollate e tratti di scogliera semi-deserti. Il sole picchiava sulle nostre teste, ma io ed Estelle eravamo decisi a scendere a piedi giù per la costa barese, per poi raggiungere il Salento. In verità, la nostra era una scelta presa, per così dire, in itinere; e per di più precaria e soggetta a continue variazioni in corso d’opera: ci siamo lasciati guidare da ciò che più ci ispirò di fare la mattina stessa della nostra partenza. Per poi, naturalmente, cambiare idea poco più tardi. Un’occhiata veloce alla cartina della Puglia, scambio sincero d’impressioni sul da farsi, reciproche aspettative, introspezioni oniriche, botte di caldo, ma soprattutto tanta, tantissima voglia di avventura. Volevamo qualcosa della serie: perderci nel viaggio e viaggiare perdendoci. Staccare la spina per due settimane dalla quotidianità, abbandonando le ansie sul nostro immediato avvenire e sulle noie del presente. Eravamo convinti insomma a… metterci in cammino. A piedi e in autostop, salvo piccoli e obbligati spostamenti in bus o in treno, per vivere a pieno la scoperta e la bellezza dell’incontro umano, la solidarietà dello scambio materiale e immateriale, del puro dare e ricevere; il tutto condito dallo stupore della natura selvaggia da ricercare, insieme ai luoghi e ai paesini meno conosciuti e più autentici. Lontano dai soffocanti flussi turistici.
Questi grosso modo erano gli ingredienti, aggiunti a qualche pomodoro siccagno siculo fresco fresco di raccolto, a quattro fette di formaggio ragusano, al pane fatto in campagna dal mio amico Claudio (da farine di grano antico siciliano rigorosamente macinato a pietra: lo scrivo perché lui ci tiene) e a due litrozzi abbondanti d’acqua per iniziare. Ma il pensiero di avere tutto questo ben di dio negli zaini ci fece resistere non più tre chilometri: appena superate le spiagge - tra cui uno stabilimento dal nome contadino di “pane e pomodoro” - ci buttammo letteralmente a terra in un angolo di ombra proiettata dall'insegna di una piccola stazione di biciclette. Alle spalle avevamo un grande prato con enormi zone d’ombra. Ma lo scoprimmo solo una volta finito lo spuntino. Della serie, bizzarri e “alternativi” sin dalla partenza.
Fatto così il pieno di energie, sapori e bontà, riprendemmo la strada dopo aver chiesto indicazioni a due simpatici signori – l’uno pugliese e l’altro romano – che, dopo lunghe e mirabolanti divagazioni sul tema, ci indicarono la direzione per raggiungere Polignano. «Bellissima, dovete andarci!», ci dissero loro. Immaginavamo si trattasse di un posto abbastanza turistico, ma la direzione da percorrere per raggiungerlo ci piaceva, visto che avremmo incrociato lungo il cammino alcune frazioni e località di mare indicate nella mappa che c’incuriosivano.
Così continuammo il sentiero che costeggiava il mare, che poi divenne marciapiede, che poi ci riversò lungo la strada asfaltata. Alla nostra sinistra, spiagge piene di ombrelloni intervallate da rocce lisce con poche persone e la loro – immancabile – sedia a sdraio! Ora, passi senz'altro per gli anziani, ma vedere folte schiere di baldi giovani piazzati al sole con il loro seggiolino portato direttamente da casa, ci fece sorridere e non poco. Ma, come si suol dire, paese che vai, usanza che trovi.
Dopo diversi chilometri, decidemmo di prendere al volo e senza biglietto un autobus che ci portò a Torre a mare, quartiere costiero a sud-est di Bari,  risparmiandoci alcuni chilometri di asfalto non più tanto piacevole che ci allontanava sempre più dalla costa. Giunti a destinazione, poggiammo i pesanti zaini sugli scogli e ci beammo di un tanto desiderato bagno a mare. Raggiungemmo a nuoto una spiaggetta e attaccammo bottone con una simpatica coppia che ci spiegò, dal loro punto di vista, cosa vale la pena di vedere in Puglia e specie nel Salento. Lui addirittura, carinissimo, si alzò in piedi, telo adagiato sulle spalle a mo’ di cavaliere messapico, iniziando a disegnare con un bastoncino sulla sabbia la pianta della regione, per poi segnare tutti i percorsi «imperdibili» e le località «senz'altro da visitare»: Santa Maria di Leuca, Gallipoli ecc. ecc. E’ vero, si trattava di posti un “tantino” affollati in estate, ma apprezzammo comunque l’estro, la disponibilità e l’arrangiato sportello turistico improvvisato dal nostro amico e dalla sua gentile compagna . I due erano un po’ straniti ma a tratti affascinati e incuriositi dallo stile del nostro viaggio: «Andate a piedi?», «In autostop?», «E dove dormite?». Domande che si rivelarono molto frequenti nel corso del viaggio. Il più delle volte seguite dall'entusiastico «che bello, ma dai, siete grandi!»; o dal pavido «così senza niente andate? Io non lo farei mai»; oppure ancora dal nostalgico «ah, anche io all'età vostra partivo così all'avventura, senza meta, zaino in spalla»; per non parlare del tizio deciso finalmente a dare una svolta alla sua vita: «Fantastico, è quello che devo fare anche io, devo solo decidermi una volta per tutte». Però prima: «devo dirlo a mia moglie».
Usciti dall'acqua avvertimmo un buco nello stomaco. Ci prese una voglia incontenibile di fichi, o più correttamente di “fiche”, come sosteneva Pasquale, il menestrello salentino di Poggiardo*. Risalimmo allora verso il centro abitato, quando ad un certo punto adocchiammo, a poche decine di metri da noi, una vecchietta seduta insieme ai parenti davanti la porta di casa. Immediatamente pensai alla bontà di ogni cara nonna del sud, alla cui immensa generosità, specie verso i giovani, ero abituato sin da piccolo. Dopo un lesto sguardo d'intesa ci avvicinammo alla casa della vecchietta, chiedendo ingenuamente: «Buongiorno, scusate, sapreste indicarci dove possiamo trovare dei fichi?». «Non so, mi spiace ma non posso aiutarvi», rispose un uomo - probabilmente uno dei figli dell’anziana signora. Quest’ultima, nel frattempo, drizzò le orecchie e fece per chiedere incuriosita ai parenti intorno di cosa avessimo bisogno. Restammo qualche minuto ancora a parlare con il signore, ascoltando le sue istruzioni per proseguire verso Polignano. Poco dopo, le nostre previsioni immancabilmente si avverarono: la dolce signora ci venne incontro con un gran vassoio stracolmo di uva e fichi: «Questa è frutta italiana per voi», ci tenne a dirci. Gesti d’amore e incondizionata generosità d’altri tempi che riuscirebbero a intenerire di gioia anche i cuori più impietriti e refrattari alle emozioni.
Dopo aver ringraziato la vecchietta per la merenda offertaci e il signore per le indicazioni stradali, ci rimettemmo in marcia. In marcia si fa per dire: perché, subito dopo una salita, senza neanche il tempo di girare l’angolo, due alberi di fico illuminarono la nostra vista per un'altra sosta e overdose glicemica di fichi. Solo una volta sazi e appagati, fermammo correndo un altro bus, che in assenza di biglietteria a bordo ci fece viaggiare pure questa volta gratis. La corsa si fermò a Mola, graziosa località marinara custode di un castello federiciano, non molto distante da Polignano e vicinissima ad un’altra frazione di nome Cozze. Raggiungemmo quest’ultima poco dopo, grazie ad un passaggio in auto. Fu il primo autostop del nostro viaggio: un operaio edile in ferie, seduto al bar con gli amici che, vedendoci vagare a zonzo, ad un certo punto ci avvicinò e diretto: «Dovete andare a Cozze?». «Sì, vorremmo». «Venite, vi accompagno io». Un primo assaggio della calorosa accoglienza pugliese che, tappa dopo tappa, avremmo ricevuto ben oltre la “naturale” misura attesa**.
Erano ormai le sei del pomeriggio, ma il caldo si faceva ancora sentire, e pensammo bene di battezzare il nostro arrivo a Cozze con un altro tuffo in acqua. A fianco a noi, una simpatica vecchina con la canna da pesca, un po’ innervosita perché, esclamava,  «pesce non ce n’è più da queste parti, una volta sì, era diverso!». Ci incamminammo. E questa volta per davvero. Trovammo finalmente un sentiero per soli pedoni a pochi metri dal mare, lungo una costa bassa e rocciosa. Sulla nostra destra si succedevano diverse coltivazioni non recintate e facilmente accessibili. Ne approfittammo per raccogliemmo qualche patata en passant, ma la tentazione più grande fu, pochi metri più avanti, un enorme campo di angurie. A invitarci a nozze fu un signore del posto: Raccoglietele pure, sono le ultime angurie, queste non le prendono i padroni del campo; e sono anche le più buone». Non ce lo facemmo ripetere due volte. Ne presi una grossa di circa sei chili, portandola in braccio e pensando, per alleviare la fatica, di avere un bebè con noi in viaggio. Ricordo che la similitudine fece fare grasse risate a Estelle, ma psicologicamente mi fu d’aiuto.
Il sole nel frattempo tramontava alle nostre spalle spargendo per tutto l’orizzonte la meraviglia dei colori del fuoco. Eravamo a circa dieci chilometri dalla famigerata Polignano, quando incrociammo un ragazzo che ci indicò poco più in là un luogo dove poter passare la notte. «A due chilometri trovate una capannina, c’è anche una coppia come voi», ci disse. L’idea ci piacque e, percorsi i due chilometri, ci trovammo di fronte ad una sorta di minuscolo villaggio sulla scogliera che Estelle ben definì come a metà tra un accampamento indiano e un ritrovo di pirati. Al centro, la capannina che ci aveva indicato il ragazzo e accovacciata una giovane coppia illuminata da una piccola candela di citronella; tra la frescura della notte che avanzava e i rasserenanti suoni del mare. Ci avvicinammo a loro, affascinati da quel luogo e da quell'atmosfera fatta di silenzi e ombre leggere. Adriano e Marta erano i nomi dei due ragazzi che ci accolsero in un piccolo angolo di pace. Condividemmo con loro dei biscotti e l’anguria-bebè giunta intatta a destinazione. Quel villaggio, ci raccontarono, aveva una storia che abbracciava diverse generazioni. Un gruppo di persone che, almeno vent'anni fa, aveva deciso di realizzare su quella scogliera piatta alcune piccole strutture in legno e canne, con al centro la più grande “capannina”, per offrire un riparo estivo a tutte le genti rispettose del mare e amanti del contatto intimo con la natura. Ogni anno, il mare, quella capannina se la portava via. E ogni volta, armati di buona volontà la si rimetteva in piedi. «L’ultimo anno però – ci rivelò  Adriano – la capannina ha resistito». Pare che per renderla forte e resistente ci avessero studiato a puntino, mettendo a frutto tutte le competenze tecniche e la creatività di cui disponevano. Adriano e Marta ci raccontarono delle loro vite. E noi del nostro viaggio appena iniziato. «Veniamo spesso qui la sera per rilassarci oppure di giorno a fare il bagno - ci dissero - lontano dal casino delle città e dei lidi».
Ci sentimmo subito in sintonia con quei ragazzi e la serata si consumò piacevolmente in loro compagnia. Poi ci salutarono, avrebbero dormito a casa, ma ci saremmo rivisti l’indomani mattina. Noi, invece, su invito dei nostri nuovi amici, ci preparammo a trascorrere la notte sotto quella capannina aperta al panorama del cielo. Che pace… Guardai Estelle, sorridemmo e ci stringemmo forte. Felici e avvolti dalle stelle.
* Di Pasquale - nome d'arte P40 - vi parlerò in una delle prossime tappe del viaggio. Vi anticipo soltanto i termini del suo ragionamento in merito al frutto in argomento, qualcosa della serie: «la banana viene dal banano, la mela dal melo e quindi, evidentemente, dal fico nasce... la fica». Mi pare non faccia una piega;
** Utilizzo l'aggettivo “naturale”, in questo caso, volendo far riferimento allo spirito accogliente e solidale che annovero tra le inclinazioni naturali insite nell'uomo. Ma di questo tema se ne parlerà meglio più avanti.