venerdì 20 marzo 2015

Wild law, i diritti della Natura. Verso un'era eco-centrica?



Mirare al benessere primario del Pianeta attraverso strutture di governo e leggi che riflettano una relazione simbiotica e profondamente interconnessa tra l’uomo e gli altri membri della «Comunità Terra». Una trasformazione delle società contemporanee, dunque, che si sviluppi da una cosmovisione biocentrica, al fine di arrestare la perpetrata degradazione del sistema terrestre, al cui mantenimento è indissolubilmente legata la sopravvivenza della specie umana. E’ questo il nocciolo della «ipotesi di lavoro» sviluppata da Cormac Cullinan - avvocato sudafricano e membro fondatore dell’Alleanza Globale per i Diritti della Natura (1) - nel suo saggio Wild Law. A Manifesto for Earth Justice. Un lavoro originale che si sforza in parte di declinare, nel campo della filosofia del diritto, le concezioni etico-ambientali espresse dalla scuola di pensiero della Deep Ecology, le cui basi teoriche furono descritte dal filosofo norvegese Arne Naess agli inizi degli anni ’70 del secolo scorso, nel cuore del dibattito ecologista apertosi nel contesto della crisi energetica occidentale provocata dall’embargo petrolifero imposto dai paesi arabi dell’Opec. A caratterizzare l’opera di Cullinan è la critica decostruttrice rivolta all’antropocentrismo delle «società dominanti», individuato come elemento strutturante l’impianto filosofico-giuridico posto a fondamento delle istituzioni politiche e dei sistemi normativi. Un attacco diretto contro il «mito della razza padrona» ereditato dalla cultura europea illuminista: l’indipendenza e la separazione dell’uomo dal mondo naturale come «illusione» che permea, finendo per accomunarli, tutti i moderni sistemi legali. Da qui la necessità di ripensare la governance in sintonia con una visione del mondo anti-meccanicista e olistica, nonché, alla base, il bisogno di una nuova filosofia del diritto che esplori finalmente oltre gli angusti confini della “omosfera”. 


Autopoiesi sociale e idea di diritto


Wild Law. A Manifesto a for Earth Justice prende le mosse da una concezione del ruolo del diritto come uno strumento attraverso cui una data società si auto-crea, strutturandosi e regolandosi in accordo con la propria cosmologia – l’idea del diritto, e dunque di se stessa - espressa in quel preciso momento storico. Scrive Cullinan: «la caratteristica delle società è simile al modo unico con cui gli organismi viventi si definiscono, si strutturano, si organizzano e si riproducono». Questo «modo unico» è l’autopoiesi: termine coniato negli anni ’70 dal biologo cileno Humberto Marturana per descrivere la proprietà del crearsi da sé attribuita ad ogni sistema vivente. Una categoria concettuale che, negli anni ’80, fu trasposta nel campo sociologico da Niklas Luhmann, nella sua Teoria dei sistemi sociali, concepiti come processi in cui «la comunicazione è l’operazione autopoietica di base» (2). Non sappiamo se, nel tirare in ballo l’autopoiesi, Cullinan avesse in mente il pensiero di Luhmann, né tanto meno possiamo azzardare a ipotizzare che la sua sia qualcosa in più di una mera metafora naturalista, non rintracciandosi in Wild Law alcun elemento da cui desumere un’analitica teoria autopoietica della società. L’autore sostiene che esisterebbe «un rapporto intimo tra la visione che una società ha di se stessa e il diritto che essa esprime»; ragion per cui, citando lui stesso le parole del filosofo britannico Philip Allot (3), «la società non può essere migliore della propria idea di diritto». Quest’ultimo sarebbe pertanto un prodotto della cultura e dei valori “dominanti” nella società; di conseguenza «per tradurre un cambiamento fondamentale relativo alla percezione che una società ha di se stessa in un vero cambiamento nel modo di funzionare, prima serve modificare l’idea di diritto di quella società». In una formula, occorre «uno slittamento del paradigma amministrativo dominante»: cioè un rivolgimento del modo di vedere il mondo della «comunità di persone coinvolte nell’amministrazione», per passare dall’antropocentrismo ad una «coscienza olistica, o ecologica». Qui, finalmente, dalla “contemplazione” astratta dell’autopoiesi delle organizzazioni sociali, Cullinan sembra passare a considerare uno degli elementi fondamentali della società moderna: la Politica. Egli è infatti consapevole che «le leggi riflettono una certa visione del mondo - quella di chi ha il potere politico – e che non è detto che il rapporto tra diritto, giustizia ed etica sia sempre sano». Ma, a questo punto, la domanda affiora spontanea: in che rapporto sta, allora, l’ idea di diritto della società, in generale, con quella espressa dal ceto politico al potere? L’autore non lo spiega, perché semplicemente omette d’indagare i processi interni alle società contemporanee concernenti la dinamica relazionale tra le diverse sfere (sociale, politica, economica) nonché, se vogliamo, la dialettica delle loro rispettive cosmologie. Inoltre, ripiegando nella metafora naturalista dell’autopoiesi, l’autore glissa anche un aspetto che sarebbe stato probabilmente opportuno problematizzare: ossia l’emergente disimmetria tra il comune sentire sociale e le scelte prese da chi detiene il potere politico. Di fronte a questo fenomeno, difatti, sembra tutt’altro che automatico, anzi succede sempre più di rado, che il diritto rifletta «la visione che la società ha di se stessa», considerata a monte la difficoltà di estrapolare una tale variabile da un corpo, quello sociale, assolutamente eterogeneo (4). La realtà materiale tende, piuttosto, a dimostrare che quasi solo in presenza di determinate spinte sociali evidenti, al di fuori e al di là della partecipazione al gioco elettorale, la Politica è costretta a tener conto della cosmologia sociale che bussa alle porte del Potere. Quest’ultimo, ovviamente, non è soltanto di matrice politica. Per comprenderlo basterebbe rivolgere l’attenzione al peso acquisito dalla parallela sfera economica. Ma, sfortunatamente, anche su questo fronte il contenuto del saggio si mostra debole: in esso le dinamiche economiche non trovano alcuno specifico spazio d’analisi. Anzi, la riflessione di Cullinan pare piuttosto incline ad una sorta di determinismo politico-giuridico. Lo si ravvisa, ad esempio, nell’affermazione secondo cui l’esistenza delle potenti corporation sarebbe data «solo dal fatto che i nostri sistemi giuridici continuano a riconoscerle». Facile a dirsi. Il punto è capire perché ciò avviene, o meglio perché ciò non potrebbe non avvenire, considerata la scarna misura del potere normativo reale rimasto in mano agli attuali «sistemi giuridici». A ben vedere, infatti, tali “entità incorporee” – le multinazionali società per azioni - operano da tempo fuori dell’orbita territoriale degli ordinamenti giuridici e di controllo dei governi, in un campo in cui questi ultimi non sono più nemmeno arbitri delle “regole del gioco”. Cosicché, nella logica del sistema, oggi appartiene semmai alle amministrazioni politiche - legate a doppio filo alle sorti di “sua maestà” Economia - la preoccupazione di accreditarsi, di dover ottenere un “riconoscimento” dai colossi economico-finanziari. Francamente è difficile immaginare un possibile «slittamento di paradigma amministrativo» cui non si accompagni, se non addirittura si preceda, un superamento del dominante paradigma economico-capitalistico. La “ricetta” di Cullinan sembra non fare i conti con una realtà – l’odierna – quasi del tutto egemonizzata dal potere economico (e militare) globale, di fronte al quale lo spazio di manovra della Politica e del Diritto si restringe terribilmente, sfidando ad un loro radicale ripensamento per sfuggire alla tentazione di arrendersi ad un marxiano determinismo economico. 



La Grande Giurisprudenza: l’Universo come legislatore primario


Una filosofia del diritto della Natura come «specifica elaborazione per la specie umana» di una Grande Giurisprudenza: l’insieme dei principi e delle leggi che regolano l’universo. Cullinan entra così nel cuore della sua tesi, animando un’ idea del diritto funzionale alla trasformazione della governance e degli ordinamenti giuridici verso un «governo della Terra», ovverosia, un’amministrazione delle società umane indirizzata a riflettere l’abbandono da parte dell’uomo della sua pretesa d’essere «razza padrona», e riorganizzata secondo una relazione armoniosa con gli altri membri della Comunità Terra. Come fosse la cellula di un organismo più ampio. In quest’ottica, ecco allora che la suddetta Grande Giurisprudenza – un ordine cosmico di cui sono espressione il pianeta e tutti gli esseri che la compongono - diventa il «legislatore primario», la fonte universale a cui si subordina la giurisprudenza umana, da immaginare come una sua «estensione». Da dove trarre i dettami di questa Grande Giurisprudenza? Secondo l’autore si dovrebbe partire innanzitutto dall’osservazione del mondo fisico, delle sue leggi intrinseche, attraverso il cannocchiale delle recenti teorie scientifiche – tra queste, l’ipotesi di Gaia di James Lovelock e l’Endosimbiosi di Lynn Margulis - che offrirebbero un’accreditata dimostrazione della realtà di un pianeta-organismo vivente capace di autoregolarsi secondo un processo evolutivo caratterizzato dalla decisiva predominanza della simbiosi e della cooperazione nell’interazione delle sue parti. Le lenti scientifiche mostrerebbero la prova di un legame interdipendente tra i membri di “Gaia” che, tuttavia, per mostrarsi pienamente all’uomo richiederebbe anche l’esperienza intima, diretta ed empatica di ascolto e partecipazione nella wildness: la natura al suo stato selvaggio. In tale processo, secondo Cullinan, gioverà attingere all’esempio e alla sapienza di quelle «comunità tribali che restano e che mantengono forti legami con il mondo naturale». Per accedere alla comprensione della Grande Giurisprudenza bisognerebbe, pertanto, ritrovare la connessione perduta e colmare quello sciagurato distacco da Madre Natura, re-interpretando alla radice il ruolo dell’umana specie nella Comunità planetaria «per contribuire alla salute e all’integrità della società, delle comunità ecologiche in senso più ampio e della Terra stessa». 




Allargare la soggettività e riconoscere i diritti fondamentali della Natura


Un cammino di ricerca olistica nella Grande Giurisprudenza – così forse lo si dovrebbe intendere - da cui trarre la “Giurisprudenza della Terra”: una filosofia giuridica della Natura per l’organizzazione dell’umana specie. Per evitare confusione, lo stesso autore suggerisce di considerare Grande Giurisprudenza e Giurisprudenza della Terra «come due espressioni differenti dello stesso modello e non separate». Un suggerimento che accogliamo per calarci direttamente nella sostanza di questo «modello» filosofico-giuridico che potremmo definire, complessivamente, come una teoria del diritto naturale che avanza l’innovativa pretesa di biocentrismo. Ad un’analogia con le dottrine giusnaturalistiche «classiche» è lo stesso Cullinan a pensare, dedicando alla loro trattazione un intero paragrafo. Tuttavia, in ragione del suo «very general style» - come sottolinea Peter Burdon - «Cullinan non fornisce una descrizione dettagliata della Giurisprudenza della Terra come filosofia del diritto e fa commenti solo frammentari sulla sua relazione con la filosofia del diritto naturale» (5). Così, ma solo superficialmente, dei più moderni filosofi naturalisti vengono menzionati Hart - il concetto di minimo contenuto di diritto naturale legato alla priorità della vita; e Finnis - la legge naturale come bene comune, il «diritto come

coordinazione delle azioni in vista della piena realizzazione umana» (6). I due giuristi, però, vengono liquidati in fretta poiché autori di concezioni «dal sapore antropocentrico». E proprio attraverso queste considerazioni, l’autore sembra smarcare la sua Giurisprudenza della Terra dall’intera «storia dell’idea di un diritto naturale» - pur ritenendola per certi versi «istruttiva» - sciupando forse l’occasione di ricercare dei legami con una tradizione e un dibattito ancora vivi e suscettibili di possibili nuove contaminazioni. E’ un paradosso che l’autore, nell’esporre le sue idee, prima metta in guardia i lettori dalla «panacea universale» e dal rischio di cadere in superficialità e iper-semplificazione, predicando al contrario «varietà» e «finezza» (valori del mondo naturale), e poi egli stesso cada, di fatto, in un rottamismo biocentrista nei confronti di tutto ciò che porta con sé il male atavico dell’antropocentrismo. In proposito, si potrebbe obiettare, come fa Luisella Battaglia attraverso la tesi antropogenica del valore (7), che in fondo «ogni attribuzione di valore trova la sua origine nella coscienza umana e, conseguentemente, ogni etica si origina nella comunità umana». Centrale nella filosofia della Natura di Cullinan è il tema dell’allargamento dei confini della soggettività giuridica: l’opportunità che gli ordinamenti riconoscano ogni essere vivente come «soggetto» destinatario di «diritti innati» che trovano la loro fonte nell’universo concepito come «una partecipazione di soggetti e non una collezione di oggetti» (8). A parlare per primo di diritti della Natura fu nel 1971 Christopher Stone nel suo famoso articolo Should Trees Have Standing?. Mentre, qualche anno più tardi sul fronte antispecista, di diritti degli animali fece discutere Peter Singer con Animal Liberation. Si tratta, naturalmente, di teorizzazioni fondate su approcci differenti, accomunate però dall’utilizzo di un linguaggio normativo - quello dei diritti - «nato nell’alveo antropocentrico», come ricorda Attilio Pisanò nel suo Diritti deumanizzati. Pisanò considera «parossistica» la volontà di attribuire un «”valore inerente” ad animali e piante, accompagnata dall’utilizzo di un linguaggio dei diritti» giacché «finisce col connotare antropocentricamente impostazioni fortemente antiantropocentriche». Posizioni critiche rispetto all’idea di estendere il riconoscimento dei diritti a entità non umane, tra gli altri, sono state espresse anche da Francesco Viola (9), il quale fa risalire a Grozio la soggettivazione del diritto, e dunque la riserva di questa facoltà agli esseri umani, ironizzando sulle proposte avanzate in proposito da animalisti ed ecologisti. Cullinan, dal canto suo, ritiene che «se il termine “diritti”, per come viene usato nei nostri sistemi giuridici non è in grado di essere applicato ad altri membri della Comunità (la Terra, ndr), ciò significa semplicemente che il sistema giuridico non è abbastanza sviluppato per riflettere la realtà della loro esistenza». Sarebbe infatti inconcepibile, da una prospettiva biocentrica, «la miopia di una filosofia che non riesce a riconoscere al fiume il “diritto” di scorrere». Da qui l’esigenza di elaborare un linguaggio giuridico alternativo in grado di meglio «sintonizzare» la specie umana «con la realtà di un universo fatto di soggetti interconnessi». Una prospettiva che non esclude l’eventualità di limitare i diritti umani in presenza di comportamenti che «violino i diritti fondamentali della Natura» degli altri esseri viventi. Tra questi: «il diritto di essere, il diritto all’habitat e il diritto di adempiere il proprio ruolo nel processo di continuo rinnovamento della Comunità Terra». Per Cullinan è tutta una questione di mantenimento dell’«equilibrio»: trovare formule giuridiche che impediscano all’uomo di prendere il sopravvento sulle altre specie finendo per «intaccare la natura stessa dell’altro» e minacciare la vita del Pianeta nel complesso. Pertanto, perseguendo l’obbiettivo di realizzare una presenza equilibrata dell’essere umano nella Comunità di “Gaia”, tra le altre cose, andrebbero rivisti anche i principi sui cui si è costruita la relazione che l’uomo intrattiene con il «suolo», dando inizio «al processo di
annullamento dei sistemi di proprietà» che si rifarebbero ad una logica di «sfruttamento unidirezionale». La sfida, in definitiva, sembra oscillare - come ben sintetizza Francesca Rescigno (10) - tra la ricerca di «un linguaggio normativo diverso da quello dei diritti per sostanziare l’eticità del rapporto uomo-natura», e la via forse più semplice e realistica di «rivalutare il ruolo dei doveri dell’uomo verso la natura attraverso un atteggiamento “antropodecentrato” (o debolmente antropocentrico)».



Il bioregionalismo e il cammino del wild law 


Nell’ipotizzare una forma di organizzazione umana che metta al centro la Terra, Cullinan mutua dal filosofo ungherese Arthur Koestler il concetto di olarchia. La Comunità della Terra dovrebbe concepirsi così: «composta da tutte le comunità più piccole su livelli diversi, tutte inglobate nel sistema intero, che noi chiamiamo Terra». Un sistema integrato di comunità locali interdipendenti e autorganizzate: ossia di «gruppi di persone affini unite da relazioni di reciproco sostegno» che si prendano cura della «“propria” parte di Terra» per contribuire alla salute dell’intera Comunità terrestre. Cullinan prospetta una nuova era Ecozoica - la comunità di comunità ecologiche - ma nel breve periodo ritiene «sarebbe già utile ridurre la distanza tra chi decide e il luogo dove dovranno avvenire gli effetti di queste decisioni». La piena applicazione, insomma, di quello che «la Comunità Europea chiama “principio di sussidiarietà”» sarebbe già un passo in avanti nella prospettiva di un governo della Terra. Una prospettiva bioregionale che a prima vista farebbe pensare al municipalismo libertario ed ecologista di Murray Bookchin, principale propugnatore della Social Ecology. In verità Bookchin, con il suo approccio anarchico ai temi ecologisti, già nel 1991 ripudiava fortemente, oltre al generale indirizzo “deep-ecologista”, proprio quel “governo della natura” bioregionale teorizzato da Kirpatrick Sale (11) e cui si dimostra ispirato Cullinan. Le teorie sul bioregionalismo di matrice statunitense, per Bookchin, devierebbero gli ecologisti verso una forma di «pastoralismo d’evasione», distogliendoli dall’«azione sociale». L’ecologia da lui sostenuta, invece, a differenza di quella “profonda”, mirerebbe «a mettere seriamente in discussione la società, con il suo vasto apparato statale, gerarchico, sessista, classista, e la sua storia militarista». Nello stesso articolo (12), peraltro, lo scrittore anarchico attaccava pesantemente proprio due degli intellettuali “cavalli di battaglia” di Cullinan: il già citato Lovelock e l’eco-teologo statunitense Thomas Berry. Il primo definito «rozzo malthusiano», il secondo fatto passare per predicatore «di una forma revisionata di ecologismo religioso». Basterebbe già questo per dimostrare quanta distanza vi sia tra le due correnti “neo-ecologiste”, Social e Deep. In conclusione, Cullinan espone quelli che chiama i primi sintomi di wildness: gli indici di un cambiamento ecocentrico già in itinere. Sotto l’influenza di organizzazioni indigeniste e a difesa della Terra, questi sintomi sarebbero rappresentati soprattutto dal diffondersi delle wild laws: quelle leggi ispirate o riconducibili ad una filosofia della Natura. Un esempio di portata storica ne è la Costituzione dell’Equador del 2008 - modellata sulla cosmologia del buen vivir andino - che riconosce i diritti fondamentali della Pacha Mama, la Madre Terra. Anche a livello internazionale qualcosa sembra essersi mosso: da segnalare, su tutte, l’iniziativa socio-politica che ha condotto alla presentazione alle Nazioni Unite di una Dichiarazione Universale dei Diritti della Madre Terra. Un documento approvato al termine della Conferencia mundial de los pueblos sobre el cambio climático y los derechos de la madre Tierra convocata nel 2010, a Cochabamba, dal presidente boliviano Evo Morales. Possiamo in chiusura dire che un “fantasma ecocentrista” si aggira già per l’America Latina, e potrebbe ben presto fare capolino anche in Europa. Resta da verificare se tale spirito riuscirà a materializzarsi in pratiche e trasformazioni sociali.



Gianmarco Catalano 

NOTE: 1. Si tratta di un’organizzazione internazionale nata nel 2010 in Equador, all’indomani della Conferenza di Cochamama, per promuovere la diffusione delle idee impresse nella Dichiarazione Universale dei Diritti della madre Terra. A quest’ultima si fa cenno nelle battute finali del presente testo; 
2. Nicolò Addario, La sociologia come teoria dei sistemi sociali; 
3. Philip Allott, Eunomia; 
4. In proposito Peter Burdon, uno dei fondatori dell’Alleanza Globale per i Diritti della Natura, pur rifacendosi al pensiero di Cullinan, nella sua tesi di dottorato in filosofia del diritto (si veda la prossima nota) scrive: «mentre questa tesi (la sua, ndr) descrive il diritto come un prodotto culturale e un riflesso dei valori dominanti e ampiamente diffusi che esistono nella società, si riconosce la difficoltà di descrivere la cultura come una cosa omogenea o stabile»; 
5. Peter Burdon, Earth Jurisprudence: Private Property and the Environment; 
6. Francesco Viola, introduzione a Legge naturale e diritti naturali di John Finnis; 
7. Luisella Battaglia, Alle origini dell’etica ambientale. Uomo, natura, animali in Voltaire, Michelet, Thoreau, Gandhi; 
8. La citazione è di Thomas Berry, il sacerdote autore di L’origine, diversificazione e ruolo dei diritti, fonte d’ispirazione dell’approccio di Cullinan alla tematica dei diritti della Natura; 
9. Francesco Viola, Dalla natura ai diritti. I luoghi dell’etica contemporanea; 
10. Francesca Rescigno, I diritti degli animali. Da res a soggetti; 
11. Kirpatrick Sale, Le ragioni della natura; 
12. Il riferimento è all’articolo di Bookchin dal titolo Occhio al bioregionalismo pubblicato sul periodico A-Rivista Anarchica nell’ottobre del 1991 (anno 21 n.7);