sabato 26 marzo 2016

Il confederalismo democratico in Kurdistan. A Catania gli anarchici presentano la 'prospettiva Rojava'

foto: Sicilia Libertaria


Gli anarchici siciliani si riuniscono a Catania
Donne e arte nel sistema curdo di autogoverno

La riunione al Teatro Coppola è stata l'occasione per parlare dell'esperienza in atto nel nord della Siria. Ospite d'eccezione è stato l'artista olandese Jonas Staal, fondatore del New World Summit


La lotta di liberazione del popolo curdo e il processo di autodeterminazione democratica in corso nella regione del Rojava, nel Kurdistan siriano. E, ancora, un focus sull’impegno delle donne curde e sul ruolo dell’arte per costruire un nuovo immaginario sociale. Sono stati questi i temi al centro del Convegno Democrazia senza Stato, organizzato dalla Federazione Anarchica Siciliana (Fas) e ospitato giovedì dagli attivisti del Teatro Coppola di Catania. Tra i relatori, al fianco degli anarchici siciliani e degli altri militanti accorsi dalla Penisola, anche Jonas Staal, artista olandese e fondatore del New World Summit. Un’iniziativa a sostegno della battaglia del Kurdistan, con lo scopo di «contribuire a rafforzarla sul piano politico e materiale, ma anche contribuire criticamente al suo sviluppo». 

«La nostra sensibilità per la causa curda ha origini lontane - ha dichiarato in apertura dell’incontro Pippo Guerrieri, portavoce della Fas – essa fa parte dell’attenzione che abbiamo sempre mostrato per tutte le resistenze, e per le lotte dei popoli oppressi». Ad aver accresciuto negli ultimi anni l’interesse degli attivisti libertari per la causa è il sistema di autogoverno messo in atto dalla popolazione curda nel nord della Siria, a partire dal 2011 nel contesto della rivolta scoppiata contro il regime di Bashar al-Assad. Si tratta del Confederalismo democratico, un progetto di organizzazione sociale democratica - che s’ispira alla teoria dell'Ecologia sociale del filosofo statunitense Murray Bookchin - messo a punto da Abdullah Ocalan, lo storico leader del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk), dal 1999 detenuto in regime di isolamento nella prigione turca di Imrali, dopo la condanna a morte, poi convertita in ergastolo, per tradimento e separatismo.

Il Pkk di Ocalan rappresenta la principale forza politica in lotta dagli anni ’70 per la causa curda, ma da Stati Uniti e Unione Europea è riconosciuta come una delle più pericolose organizzazioni terroristiche del globo. «Dal 2000 il Pkk ha iniziato a costruire sui territori un percorso di alternativa agli Stati», ha spiegato Daniele Pepino, autore del libro Nell’occhio del Ciclone. La Resistenza curda tra guerra e rivoluzione, un’inchiesta condotta sul campo che racconta delle forme di organizzazione sperimentate dagli abitanti del Rojava. Un percorso politico, quello del Kurdistan, che alla strategia di attacco frontale degli Stati ha sostituito «la realizzazione di strutture dal basso che svuotino di significato le strutture centrali dello Stato», ha concluso Pepino, a detta del quale ciò testimonierebbe che «la rivoluzione ha assunto nuove forme e l’assalto al potere non è più l’obbiettivo».

A fondare la teoria e la pratica del Confederalismo democratico «c’è la critica del pensiero positivista ottocentesco, alla tecnologia e all’uso del potere come pensiero dominante», ha precisato Norma Santi, del Gruppo Cafiero di Roma. Del processo rivoluzionario curdo, Santi ha messo in luce la centralità del ruolo delle donne, artefici di un progetto culturale di rinnovamento «profondo» – la Jinealogia – che muove da un «capovolgimento dell’attuale paradigma patriarcale». Per Santi «un esempio per le donne di tutto mondo».

Ad accompagnare la riflessione sulla cultura femminile, quella più generale sul compito dell'arte nella rivoluzione. «L’arte si nutre dei nuovi ideali, e li nutre al tempo stesso». A dirlo dal palco del Teatro Coppola è stato l’ospite Jonas Staal, artista olandese che ha illustrato alla platea la missione della New World Summit. Un’organizzazione culturale da lui fondata che si dedica a dar voce ai quei movimenti politici radicali, «dal Kurdistan al Papua Occidentale», iscritti nelle black list degli Stati e delle istituzioni internazionali «per aver affermato un’idea di democrazia troppo radicale», ha sottolineato Staal. L’impegno del New World Summit si traduce nella creazione di parlamenti temporanei che riuniscono i rappresentanti di organizzazioni bandite. Dopo Berlino, Bruxelles e Kochi (in India), uno di questi è adesso in costruzione proprio nel Rojava. Un modo innovativo d’interpretare l’arte in chiave emancipativa. E rappresentare un nuovo mondo «dalla prospettiva dei senza Stato».

Gianmarco Catalano

articolo pubblicato su Meridionews, quotidiano regionale online

martedì 22 marzo 2016

Don Palmiro e quel dissenso religioso in cerca di comunità

La religione è dissenso con il mondo com'esso è. La vita religiosa perde il suo senso essenziale se accetta l'umanità, la società, la realtà com'esse sono. La religione è intimo travaglio, malinconia, protesta, dissenso, dramma, e le forme più serie in cui essa si è espressa, come la rinuncia, l'invocazione, la preghiera, la speranza, sono segni di questo. La religione non può accettare la realtà che dà tanti colpi agli innocenti, ai giusti; non può accettare le strutture attuali della società, e più o meno deve stare sempre all'opposizione, e non ha a che fare nulla con incoronazioni regali e concordati statali, non può accettare il nostro essere stesso con tutti i nostri umani difetti e limiti e ridicolaggini e miserie, né può santificare il nostro passato così insufficiente, né eternare i fatti, gli eventi, le azioni.
                                                                                    (Aldo Capitini, Lettere di religione

Leggendo della richiesta di dimissioni indirizzata dal Vescovo di Siracusa a Don Palmiro Prisutto, da augustano “fuori sede” mi viene da commentare ciò che in tanti, prima di me, avranno forse detto o senz’altro pensato: ossia, “prevedibile”. Nessuno stupore, quindi, per un risvolto che nel novembre del 2013, quando Padre Palmiro fu ordinato arciprete, poteva già presagirsi come altamente probabile.   
Sin d’allora, infatti, mi era parso evidente che il conferimento di un tale incarico ecclesiastico a un uomo come Palmiro, seguito all’arresto per violenza sessuale di Don Gaetano Incardona, per l’istituzione cattolica siracusana non rappresentava soltanto il “colpo di spazzola” dovuto in risposta a uno scandalo che la vedeva colpita. Ma molto di più. Si trattava, soprattutto, di una ghiotta occasione di moral-washing: ovvero, la messinscena di un lavaggio morale delle “impurità” sedimentate da decenni di silenziosa complicità su quei “crimini di pace” che all’ombra del petrolchimico continuano a uccidere, materialmente e spiritualmente, un territorio e la sua collettività. Si trattava, dunque, di un’operazione di lifting buona soltanto a rifare provvisoriamente il look. Per carità, nessuna reale volontà di rinnovamento promanava dalle “alte sfere”: la sostanza malsana non poteva che rimanere la stessa di sempre, all’occorrenza pronta a risbucare fuori da sotto gli abiti tinti di nuovo. L’ingresso di Padre Palmiro nel Duomo di Augusta sanciva l’innesto in un corpo marcio e screditato di un arbusto autoctono e ben radicato in quella sua comunità così malata e ricattata, che, ostinatamente, ma senza rifuggire dai propri limiti, ha da sempre contribuito a difendere e ad alimentare di linfa vitale attraverso le radici del suo impegno civico, concepito come un tutt’uno inscindibile con la sua missione religiosa.
La mossa della diocesi di Siracusa era stata sì astuta, ma anche molto rischiosa perché non faceva i conti con la statura morale di un uomo non-disponibile a farsi assorbire dalle logiche di certa grigia “tradizione”: quelle di chi sul brand del “ricatto occupazionale” ha costruito il proprio “benessere” nascondendosi dietro il nome di un club service, di una parrocchia o di una qualsiasi delle tante associazioni degli “oriundi di Roccacannuccia” di gramsciana memoria.    
“La religione è dissenso con il mondo com’esso è”, insegnava Aldo Capitini. E in fedele aderenza a questo messaggio, Prisutto dimostra che il suo “servizio” non è a beneficio dei potenti, e men che meno dei loro servili sodali e signorotti di quartiere: si chiamino essi confratelli, consorelle, amici o compari.            
tratto da La Civetta di Minerva del 25 settembre 2010
Questa è l’immagine che in me ho di Padre Palmiro, suffragata dall’esempio concreto della sua militanza permanente ed energica. Di Palmiro conservo anche un’intervista che, circa sei anni fa, mi rilasciò sul fenomeno della criminalità mafiosa nel territorio megarese. In quel periodo scrivevo per La Civetta di Minerva e decisi di incontrarlo perché, nel corso delle mie ricerche, avevo scoperto che Palmiro era stato il primo presidente dell’associazione antiracket di Augusta, fondata nel ’92 all’indomani della gambizzazione dell’imprenditore Aldo Sicari. Mi venne naturale chiedergli come mai proprio un prete, in quegli anni così difficili, si fosse trovato in prima linea a farsi portavoce di un gruppo di commercianti taglieggiati dai clan. Lui, riunendo le mani, mi rispose che “se una società ha bisogno di aiuto, chi lo può dare deve sentirsi in dovere di farlo”. Parole che ancora oggi mi porto dietro, considerandole un prezioso insegnamento di umanità.  
Pertanto non può non far piacere il vedere che un discreto numero di miei concittadini sia sceso in piazza per dire che “Don Palmiro non si tocca”, poiché di solidarietà e partecipazione proprio adesso ci sarebbe estremo bisogno. Perché l’attacco portato a Palmiro da chi sta dall’altra parte della barricata è diretto a colpire un simbolo ben preciso, e con un messaggio molto chiaro per tutti: di tumori, di inquinamento, di morti ammazzati dal petrolchimico in questa provincia non si deve più parlare. E le messe di ogni 28 del mese “ci hanno scassato la minchia!” (cit.)     
E allora è un gran bene reagire, se non altro per dimostrare che, sopra le macerie, c’è ancora qualche uomo, donna, lavoratore, studente intenzionato a manifestare la propria consapevolezza. Non basta, certo, ma è già tanto. Per passare dalla reazione alla resistenza ci vorrebbe perlomeno una fetta di comunità vera, reale, tangibile - solidale, fatta di rapporti, legami e pratiche sociali. Una comunità, insomma, capace di rispondere al “servizio” di un prete per ora costretto a giocare la partita da “battitore libero”, o quasi. 
Consci della necessità di costruire, non risparmiamoci però dal rendere merito a chi, comunque sia, oggi reagisce, e lo fa a sostegno del dissenso esemplare di un parroco che resiste. 
Solidarietà a Don Palmiro.

contributo apparso sul settimanale siracusano La Civetta di Minerva del 18 marzo 2016 e sul blog di Officina Rebelde Catania