domenica 22 maggio 2016

Catania, da tutt'Italia per parlare d'immigrazione e accoglienza I racconti di violenze e abusi nelle strutture istituzionali


San Berillo, da tutt'Italia per parlare di migranti
«Racconti di violenze anche dal Cara di Mineo»


Un appuntamento partecipato, per discutere ancora di Frontex e del tema dell'accoglienza a chi arriva in Sicilia dopo un lungo viaggio della speranza. «Un'altra integrazione è possibile», spiega Domenico Lucano, sindaco di Riace e uno dei 50 migliori politici del mondo secondo la rivista americana Fortune


Dal Piemonte alla Sicilia. Da Torino a Siracusa, passando per Roma e Riace. E poi oltre lo Stretto, a Sutera e Geraci Siculo fino a Petralia Sottana e Polizzi Generosa. Sono alcune delle buone pratiche di accoglienza in Italia, rappresentate e raccontate ieri a Catania, presso la Casa quartiere di San Berillo, durante il seminario Sicilia e Migranti: accoglienza degna o Frontex e respingimenti? organizzato dalla Rete dei Comuni solidali in collaborazione con la Rete antirazzista Catanese. Un confronto aperto allo scambio di esperienze tra realtà virtuose, a poche settimane dalla due giorni d’iniziative No Frontex contro l’apertura di una sede dell’agenzia europea nel capoluogo etneo. Con l’intento di «dare continuità alle iniziative, fare rete e costruire dal basso una risposta alle politiche di respingimento dei migranti», dice in apertura dei lavori Alfonso Di Stefano, militante della Rete antirazzista catanese.


Tra i relatori accorsi dalla Penisola, c’erano gli attivisti del Baobab di Roma, un collettivo impegnato nel fornire aiuto a senzatetto e migranti in transito nella Capitale, nonostante i ripetuti sgomberi attuati ai loro danni dal commissario prefettizio Francesco Paolo Tronca. Accanto ai volontari romani, dalla Calabria è arrivato anche Domenico Lucano, sindaco di Riace, recentemente apparso al 40esimo posto nella classifica delle personalità più influenti redatta dalla rivista americana Fortune. Un riconoscimento per il suo impegno sul fronte dell’immigrazione e per il modello di comunità multietnica sperimentato nel piccolo comune calabrese. Dove i cittadini immigrati, che sono la maggioranza, vivono insieme ai riacesi «in condizioni di normalità», spiega Lucano. «Gli spazi mediatici sono tutti per Salvini che propaganda l’odio razziale verso gli esseri umani – sottolinea – Ma un’altra dimensione delle cose è possibile». E la storia di Riace è lì a testimoniarlo. «Si sono attivate fattorie didattiche, laboratori di artigianato, turismo solidale – racconta il sindaco – Abbiamo messo in atto una sperimentazione che tiene contro di un profilo umano: siamo tutti uguali, io l’ho imparato ogni giorno, e non sui libri».

E di modelli di accoglienza che funzionano sono testimonianza anche diversi Comuni siciliani. Un esempio ne è la parrocchia di Bosco Minniti a Siracusa, dove padre Carlo D’Antoni da anni ospita decine di rifugiati africani. Oppure la piccola comunità di Sutera, borgo di montagna nella provincia di Caltanissetta, che porta avanti un progetto di accoglienza indirizzato ai nuclei familiari. «Sutera, come Riace, è un paese che si spopola e quando i migranti arrivano da noi, la cosa che li convince a rimanere è il fatto di avere una casa tutta per loro» spiega Santina Lombardo, componente dell’associazione I Girasoli, affidataria del progetto che vede partecipi i cittadini in prima persona. «A parte qualche diffidenza iniziale anche la popolazione si è dimostrata molto disponibile – evidenzia Lombardo - Con un’interazione che parte dai bambini e dalle scuole».

Insieme alla condivisione delle esperienze positive, l’incontro di San Berillo è stato anche l’occasione per fare il punto sulle condizioni dei migranti e sulle violazioni dei diritti documentate da operatori e attivisti, dentro e fuori la folta costellazione di strutture emergenziali, centri residenziali, luoghi d’identificazione e hotspot. «Il modello con cui si sta costruendo l’accoglienza strutturata da parte dello Stato si dimostra funzionale allo spostamento di ingenti risorse pubbliche nelle mani di gruppi privati e mafiosi», dichiara il giornalista Antonio Mazzeo. «I centri in cui vengono semi-detenuti i fratelli e le sorelle migranti sono luoghi in cui avviene una cancellazione della loro personalità e dell’individualità – aggiunge – Lo stesso accadeva nei lager nazisti che, come spiegava Hannah Arendt, non erano soltanto campi di sterminio. E questo fenomeno chiama a interrogarci collettivamente».

Un fenomeno che rimanda alla responsabilità dei governi europei, ma che è aggravato dalle violenze monitorate nei singoli contesti territoriali. «Abbiamo testimonianze di eritrei e somali fuggiti dal Cara di Mineo, che raccontano di essere stati pestati e costretti con la forza a lasciare le impronte, attraverso l’uso di manganelli elettrificati», riferisce Lucia Borghi di Borderline Sicilia, associazione che svolge un lavoro di monitoraggio e documentazione delle pratiche di accoglienza, istituzionali o meno. «L’altra prassi diffusa è quella della pressione psicologica, attuata attraverso spostamenti e detenzioni per tempi prolungati in hotspot, che sono centri non ancora regolamentati giuridicamente – sottolinea – E quest’ultimo è un altro fatto grave che però si dimentica».

Capitolo a parte riguarda, invece, la gestione delle procedure per l’esame delle domande di protezione da parte delle Commissioni territoriali per richiedenti asilo. Con circa il 90 per cento delle istanze che risultano respinte. «Tante nostre certificazioni di torture e trattamenti degradanti subiti da immigrati nei paesi di provenienza vengono cestinate dalle commissioni - denuncia Peppe Cannella di Medici per i diritti umani - La motivazione è quella che siamo volontari e non operiamo per conto di strutture pubbliche». Per non dire della superficialità con cui verrebbero condotte le stesse audizioni. «In più di un’occasione sono stato interrotto dal presidente della commissione mentre traducevo quanto raccontato da un minore – testimonia un mediatore – E mi è stato detto “non mi interessa la sua storia perché è un minore, chiedigli perché è venuto qua”».

A conclusione degli interventi, sono state annunciate prossime azioni già in cantiere. A cominciare proprio da Catania. «Nei prossimi giorni lanceremo una vertenza cittadina per rivendicare l’apertura di un dormitorio per i senza fissa dimora e migranti in transito - dichiara Di Stefano – E sarà necessario mettere in campo pratiche di riappropriazione dei beni comuni, all’interno di una lotta a più livelli che punti a costruire finalmente un canale umanitario dal basso per chi fugge da guerre e miseria».

Gianmarco Catalano

Augusta, l'ipotesi di un deposito costiero di metano liquido «Rigassificatore di fatto, pericolo per le popolazioni»



Augusta, ipotesi di un deposito di metano liquido
Il sindaco di Gela attacca: «Incoerenza dal M5s»


Nella città amministrata da una giunta pentastellata, si parla di un impianto per il rifornimento delle navi. Per il docente Luigi Solarino «di fatto sarebbe una rigassificazione». Operazione che nell'altra città industriale è stata tra i motivi di scontro che hanno portato all'espulsione del primo cittadino dal Movimento



Un deposito costiero di metano liquido, per il rifornimento di navi e mezzi terrestri, da installare nella baia di Augusta. A sostenerne l’ipotesi è Diego Gavagnin, consulente del settore energetico, tra i relatori del workshop Italia hub del gas naturale, opportunità Gnl per il Mediterraneo svoltosi la settimana scorsa ad Augusta presso il circolo ufficiali della Marina militare. Un incontro di approfondimento tematico organizzato da Conferenza Gnl, un’iniziativa della società Mirumir di Milano finalizzata a promuovere la filiera industriale del gas naturale liquido.

A giustificare la costruzione dell’impianto, secondo Gavagnin, sarebbero «le analisi sul potenziale di mercato» del combustibile fossile nel Canale di Sicilia. Dati che indicherebbero il porto megarese come possibile hub del gas nel Mediterraneo. «Oggi mi sembra che abbiamo deciso che ci sarà un bel deposito costiero ad Augusta, e altre stazioni satellite a Mazara del Vallo, Porto Empedocle, eccetera…», concludeva Gavagnin a margine della tavola rotonda con Guido Di Bella, ricercatore presso il consorzio Sicilia Navtec, e Roberto Madella, amministratore delegato di Polargas. Quest’ultima figurante tra le imprese finanziatrici del convegno, accanto a Marine engineering services, Wartsila e Caronte&Tourist.

Il progetto di un terminal per il bunkeraggio del gas liquefatto, ad Augusta, ha già suscitato malumori e polemiche. «Un deposito di questo genere aggiungerebbe un ulteriore pericolo per le popolazioni del comprensorio industriale Siracusano, già esposte a notevoli fattori di rischio». È la replica di Luigi Solarino, già docente di Chimica industriale all’Università di Catania e presidente dell’associazione Decontaminazione Sicilia.

Un’infrastruttura per la rigassificazione è certo cosa diversa da un deposito di metano liquido. Eppure, secondo il professor Solarino, «il principio è lo stesso» e i pericoli rimarrebbero analoghi. «Per mantenere in un deposito il metano allo stato liquido è necessario spillare la parte superiore, cioè far uscire il gas – spiega il professore – E questa, di fatto, è una rigassificazione con tutti i rischi d’incidente catastrofico che essa comporta».

E sull'esistenza o meno del rigassificatore si giocano i primi scontri politici. Ad innescarli, ci hanno pensato le dichiarazioni del sindaco di Gela Domenico Messinese, che all'indomani del workshop di Conferenza Gnl additava la sindaca della città megarese Cettina Di Pietro, presente all'incontro, di aver espresso una posizione favorevole «sull’ampliamento delle banchine del porto di Augusta e sulla possibilità di realizzare un rigassificatore» all’interno dello scalo. «Guardiamo con favore al gnl solo come fonte di energia alternativa al petrolio, ma se si fosse parlato di rigassificatori avrei detto di no», dichiara Di Pietro a MeridioNews annunciando di adire le vie legali contro quanto affermato dal sindaco gelese. «Non abbiamo ricevuto nessuna richiesta ufficiale per un impianto di deposito - precisa Di Pietro -. Se ci sarà, avremo modo di valutarne l’incidenza e l’impatto ambientale».

Il primo cittadino gelese però non ci sta, e preferisce prendersela con gli ex alleati pentastellati. «Non capisco perché i Cinque stelle a Gela mi osteggiano e ad Augusta invece siano favorevoli ad impianti più impattanti - attacca il primo cittadino -. L'idea di hub che ho io a Gela non prevede rigassificatore, perché qui abbiamo già il gasdotto. Lì si tratterà di fare nuovi container, qui invece abbiamo già un parco serbatoi notevole e potremo dedicarci al rifornimento energetico. Noi insomma daremo carburante alle navi, approfittando della linea privilegiata col gasdotto». La proposta del sindaco di Gela viene però rigettata in toto dai Cinque stelle.

«A Messinese piacciono le frittate - commenta a Meridionews Giancarlo Cancelleri, presidente del gruppo parlamentare M5s -. È lui che mistifica sul rigassificatore. Tra le prime mozioni che presentammo all'Ars ci fu quella contro il rigassificatore di Porto Empedocle. La nostra linea rimane quella. Allo stato attuale ad Augusta non si parla di rigassificatore, e non ce n'è bisogno né lì né a Gela». Rincara la dose la consigliera gelese Virginia Farruggia. «L'idea dell'hub di Messinese non ha senso anche perché è solo, non ha appoggi politici, non si può fare, c'è una disciplina regionale in materia».

Nel 2005 la realizzazione di un rigassificatore era stata programmata da Erg e Shell, in un’area compresa tra Augusta, Priolo e Melilli. In aggiunta ai 18 stabilimenti a rischio d’incidente rilevante già presenti in quel territorio dichiarato ad elevato rischio di crisi ambientale e sito d’interesse nazionale ai fini delle bonifiche. Un progetto abbandonato dalle due multinazionali solo nel 2012, dopo otto anni di battaglie portate avanti dai comitati No rigassificatore dei Comuni del polo industriale. «Viviamo a ridosso del polo petrolchimico più grosso d’Europa e non possiamo permetterci il lusso di avere strutture che andrebbero a incrementare il livello di rischio per il territorio», sottolinea Di Pietro, che smentisce Messinese anche in merito al progetto di ampliamento del porto. «Come amministrazione ci opponiamo alla cementificazione del porto - conclude - E lo abbiamo dimostrato presentando al ministero dell’Ambiente le nostre osservazioni contrarie al progetto».


Andrea Turco, Gianmarco Catalano

articolo pubblicato su MeridioNews, quotidiano regionale online

venerdì 20 maggio 2016

Cassibile, la piaga del caporalato nella raccolta delle patate Anche quest'anno migranti super sfruttati e accoglienza zero

foto di Alfonso Di Stefano


Come ogni anno, da aprile a giugno, in occasione della raccolta delle patate, ai  circa 5 mila residenti di Cassibile si aggiungono diverse centinaia di migranti, per lo più di origine marocchina e sudanese; questi giungono nella frazione siracusana, dopo aver terminato altre raccolte in Italia: da Nord a Sud, una vera transumanza del lavoro migrante nelle campagne. Come nelle due stagioni passate, non essendo elevata la produzione di patate, la presenza dei braccianti si è ridotta considerevolmente, ma ciò non giustifica la latitanza delle istituzioni locali nell’offrire un minimo d’accoglienza per le centinaia di lavoratori stagionali che vengono super sfruttati dai caporali e dai proprietari terrieri, che evadono i contributi, ricorrendo alla manodopera in nero.

La presenza stanziale di una comunità marocchina rende più semplice il “primo impatto” per chi proviene dal Maghreb. Per questi ultimi è infatti possibile affittare appartamenti o stanze nel centro abitato. Per gli altri (Sudanesi, Somali, Eritrei)  invece non esiste più neanche la tendopoli  gestita dalla Croce rossa italiana fino al 2013, che accoglieva non più di 140/150 migranti. Così la maggior parte di loro è costretta a trovare rifugio - privi di acqua, luce e servizi igienici- nei casolari di campagna abbandonati e diroccati o in tende di fortuna.  Risolto  il problema del precario riparo notturno, si può iniziare la ricerca di un lavoro nei campi, sempre più difficile anche solo per pochi giorni la settimana.

La stragrande maggioranza dei migranti che arrivano a Cassibile possiede un permesso di soggiorno o è in attesa di rinnovo. Ma, non essendo riconosciuto il diritto di lavorare nel rispetto delle norme contrattuali, si viene spinti verso il lavoro irregolare con il rischio di perdere lo stesso permesso di soggiorno, grazie a vergognose leggi razziali come la Bossi-Fini e il “pacchetto sicurezza”. Teoricamente l’assunzione di manodopera dovrebbe essere eseguita tramite gli uffici preposti, il salario orario netto dovrebbe essere di 6 euro e venti, sei ore e trenta minuti la giornata lavorativa, spese logistiche, di trasporto e materiale di lavoro (scarpe antinfortunistiche, guanti) a carico del datore di lavoro. Ma nella pratica il collocamento è in mano a caporali e subcaporali, distinti in base alle varie etnie; costoro gestiscono anche i trasporti (da 3 a 5 euro il costo) e trattano salari differenziati: chi viene dal Maghreb guadagna fra 35 e 40 euro, gli altri 30 o ancora meno. Gli orari sono “flessibili”: se vuoi lavorare devi comunque essere in grado di riempire quotidianamente almeno 100 cassette, ognuna del peso di 20/22 chili . E’ drammatico che ciò si ripeta ogni anno in una terra dove 48 anni fa ci furono eroiche lotte bracciantili che riuscirono a debellare a livello nazionale le piaghe delle gabbie salariali e del caporalato. Negli anni scorsi numerosi migranti hanno inoltre ricevuto la vergognosa contestazione di “invasione di terreni o edifici e danneggiamento” da parte delle forze dell'ordine; come al solito lo Stato riesce a  dimostrare la sua forza solo con i deboli, peccato che sia quasi sempre debole con i forti.

Perché non si controllano a monte le aziende che beneficiano del “servizio” svolto per loro conto dai caporali? Perché ci si accanisce contro i braccianti immigrati, criminalizzandoli, invece di perseguire le aziende che evadono i contributi e ingrassano i caporali? Perché non si individuano e perseguono i soggetti che commercializzano le patate provenienti da Tunisia, Egitto, Cipro e Marocco (conservate più a lungo grazie all’illegale uso di antiparassitari), spacciandole per prodotti locali? Il principio di “uguale salario per uguale lavoro” o diventa la bussola dell’associazionismo antirazzista e del sindacalismo conflittuale o la differenziazione etnica dei salari rischia di innescare fratricide guerre fra poveri, contrapponendo lavoratori italiani e migranti, e gli stessi migranti di diverse nazionalità, soprattutto in presenza dell’attuale devastante crisi economica.

Da un paio d’anni seguiamo il dilagare del caporalato anche nel catanese, da Adrano-Paternò ai paesi del calatino fino al Cara di Mineo. E nonostante il lavoro stagionale a Cassibile volga al termine a giugno, faremo in modo di costruire reti di contatti e solidarietà fra migranti e realtà conflittuali nelle campagne del Sud d’Italia, per avviare una stagione di lotta per i diritti dei/delle migranti e di noi tutti/e.


sabato 14 maggio 2016

Sbarcano a Catania 280 migranti, destinazione Cara di Mineo

foto:meridionews

Questa mattina sono giunti al Porto di Catania circa 280 migranti, a bordo della nave della guardia costiera finlandese Merikarhu, impegnata in Frontex. Come al solito tutto procede velocemente, i migranti vengono parcheggiati a gruppi nella banchina, senza alcuna informazione sulle procedure per la richiesta d’asilo , agli antirazzisti, tenuti a distanza, viene impedito persino di fotografare.
Dalle notizie fornite dalla Polizia italiana i migranti sono in larga parte di nazionalità somala. Molte le donne e diversi i neonati arrivati. Due donne e una bambina sono stati portate in ospedale, sfinite dal viaggio. I migranti giunti a Catania erano in possesso di zaini e valigie che la polizia ha perquisito prima di imbarcarli sugli autobus utilizzati per il trasferimento. Dai bagagli sono stati sottratti imprecisati beni, poi buttati.
Identificati, la questura ha dichiarato che tutti i migranti giunti avrebbero fatto richiesta di asilo (nella nave? Visto che in pochi minuti in banchina non si può formalizzare la domanda d’asilo).
A bordo di 6 pullman i 280 migranti sono stati trasferiti al Cara di Mineo, così com’avvenuto dopo lo sbraco a Reggio Calabria di sabato scorso, quando 500 migranti dei 900 arrivati, sono stati trasferiti a Mineo.
Oramai, nonostante l’inchiesta su Mafia Capitale e la gestione commissariale, il Cara di Mineo, che a Dicembre contava 1600 “ospiti”, adesso ne vede più del doppio, funziona anche come “hotspot”, vedremo come ne blinderanno una parte.
Invitiamo a partecipare domenica 15 maggio alla manifestazione NoMuos a Niscemi nello spezzone di corteo NoFrontex e sabato 21 maggio a Catania al seminario“ Sicilia e migranti: Accoglienza degna o Frontex e respingimenti?”

di Rete Antirazzista Catanese

Catania, 13 maggio 2016

Lampedusa, comunicato delle persone "migranti" in protesta

Noi siamo profughi/rifugiati siamo venuti qui perché scappiamo dai nostri paesi in guerra, i paesi da cui proveniamo sono Somalia, Eritrea, Darfur (Sudan), Yemen, Etiopia. Il trattamento che riceviamo nel campo di Lampedusa è inumano (ci sono stati anche casi di maltrattamento per il forzato rilascio delle impronte digitali da parte delle forze dell’ordine). Se non lasciamo le impronte gli operatori della gestione del centro sono aggressivi verbalmente e fisicamente nei nostri confronti, ci sono discriminazioni per la distribuzione dei pasti e ci vietano di giocare a pallone nel cortile. I materassi sono bagnati dall’acqua che esce dai bagni e questo può causarci anche malattie.
Ci sono minori, donne incinte e persone con problemi di salute che non ricevono le cure adeguate.

Siamo a Lampedusa, chi, da 2 mesi, chi, da 4 mesi.
Finché non ci daranno la possibilità di andare via da questa prigione in un luogo in cui ci sono condizioni di vita più dignitose ci rifiuteremo di dare le impronte.
Siamo venuti per il bisogno di libertà, umanità e pace che pensavamo ci fosse in Europa.
Non vogliamo essere rinchiusi in una prigione senza aver commesso reato, vogliamo una vita più dignitosa e provare ad avere protezione dato che scappiamo da situazioni che ci mettono in condizioni di rischiare la vita.
Lasciare le impronte in queste condizioni non ci lascia la libertà delle nostre scelte future come ad esempio potersi ricongiungere ai propri familiari o comunità già presenti negli altri paesi.

VOGLIAMO ANDARE VIA DA LAMPEDUSA PER AVERE LA PROTEZIONE CHE CERCHIAMO SCAPPANDO DAI NOSTRI PAESI. MOLTI DI NOI SONO IN SCIOPERO DELLA FAME E DELLA SETE E NON SMETTERANNO FINCHÈ NON SARANNO SODDISFATTE LE NOSTRE RICHIESTE.
Collettivo Askavusa
SENZA PAURA !

Lampedusa, 6 maggio 2016

giovedì 12 maggio 2016

Augusta, il governo Renzi conferma il no all'hotspot «Interferisce con terminal container e linea per Malta»


La risposta all'interrogazione parlamentare del deputato Di Maio mette la parola fine alla realizzazione del centro di pre-identificazione. Contro cui si era schierata la sindaca grillina. Intanto si attende il relitto recuperato a largo della Libia. «Terremo le vittime lontane dagli occhi e dal cuore», denuncia Legambiente


«A noi i fatti, con risposte scritte, che dimostrano l'impegno e la concretezza nella risoluzione dei problemi». Con questo commento affidato ai social network, due giorni fa la sindaca di Augusta, Cettina Di Pietro, ha accolto la scelta del governo Renzi di abbandonare definitivamente il progetto di un hotspot per migranti che avrebbe dovuto essere ospitato all'interno del porto megarese. Sempre contrarie all'hotspot, ma di tono diverso, sono le osservazioni che arrivano da Enzo Parisi, presidente di Legambiente Sicilia. «Le opposizioni istituzionali all'hotspot invece di denunciare la gravità di un centro d'identificazione ed espulsione, contrario al dovere di dare ospitalità, si sono incentrate sul fatto che veniva situato all'interno dell'area portuale - dichiara - C'è una volontà di tenere lontani i migranti, come se fossero una minaccia».

Nel settembre dello scorso anno, in attuazione delle direttive dell'Unione europea, il governo italiano sceglieva Augusta - accanto a Pozzallo, Lampedusa, Porto Empedocle, Trapani e Taranto - come sede di uno dei sei hotspot, definiti «aree di sbarco attrezzate per la pre-identificazione, il soccorso sanitario, la registrazione e il fotosegnalamento degli ingressi» considerati «illegali». «L'hotspot svilisce le ambizioni del nostro porto, soprattutto dopo la conferma che Augusta sarà sede di Autorità di Sistema portuale» era la reazione della sindaca Di Pietro che paventava anche il «rischio per la sicurezza non solo dei cittadini di Augusta, ma di tutto il paese». Preoccupazioni subito fatte proprie in un'interrogazione parlamentare dal deputato Luigi Di Maio.

«Le sollevazioni sono state dirette contro il pericolo che gli immigrati avrebbero costituito per la sicurezza e le operazioni portuali - commenta Parisi - Contro gli hotspot, il fenomeno migratorio andrebbe integrato nella realtà di questo territorio all'interno di una prospettiva di sviluppo che guardi ai bisogni delle persone». A febbraio il centro programmato ad Augusta è stato interessato anche dalle indagini della Procura di Siracusa per sospette irregolarità nell'iter amministrativo relativo alla gara d'appalto comunitaria. Un'inchiesta giudiziaria conclusasi il 17 marzo con una richiesta di archiviazione del Gip, ma che allora aveva indotto il ministero degli Interni alla sospensione cautelare della procedura.

Adesso, dopo le proteste, da Roma fanno sapere di aver definitivamente abbandonato il progetto. «Si è preso atto, infatti, che la realizzazione di una tensostruttura attrezzata, da ubicare nell'area di sedime portuale, avrebbe potuto interferire con il terminal-container in corso di realizzazione e con le infrastrutture di servizio alla nuova linea marittima di collegamento con Malta», si legge nella risposta scritta a Di Maio firmata dal sottosegretario di Stato Domenico Manzione.

Nel frattempo ad Augusta proseguono gli sbarchi. L'ultima nave della Marina militare è giunta in porto sabato con a bordo 698 migranti soccorsi. Mentre tra domenica e lunedì è atteso anche l'arrivo del peschereccio affondato nel canale di Sicilia il 18 aprile 2015. Il relitto è stato agganciato ieri. Da adesso dovrebbero servire circa 25 ore per portarlo a galla e altri tre giorni di navigazione per raggiungere Augusta. Ma i tempi sono subordinati alle condizioni del mare. Durante le prime operazioni sono già state recuperate due salme. «Un'operazione blindata» l'hanno definita gli attivisti della Rete antirazzista catanese che denunciano la scelta di «tenere a debita distanza i cittadini nascondendo il peschereccio, e i corpi in esso imprigionati, dentro gli spazi off-limits della base militare della Nato».

«Anziché condividere tutti uniti i problemi e i lutti, terremo queste povere vittime lontane dagli occhi e dal cuore», aggiunge Parisi. Per il quale i cittadini «anziché essere un ponte tra due parti del mondo» sono costretti a restare «i testimoni passivi di ciò che accade, non essendo protagonisti di nulla. E questo - conclude - è un ulteriore impoverimento della nostra umanità e della nostra cultura».

Gianmarco Catalano

articolo pubblicato su MeridioNews, quotidiano regionale online

mercoledì 11 maggio 2016

Augusta, la guerra del petrolio attorno al porto


Augusta, la guerra del petrolio attorno al porto
Gli «agganci» di Gemelli per l'accordo coi rivali


Dall'inchiesta di Potenza emergono gli intrecci per il controllo degli affari nell'infrastruttura. Il compagno dell'ex ministra si vantava di «contatti fortissimi» che gli avrebbero consentito di lavorare in Basilicata con Erg e Irem. Quest'ultima presente anche in Sicilia, a fianco dei contendenti di Gemelli per il pontile


«Lui non era in Total e quindici giorni fa l'ho portato, l'ho presentato in Total, abbiamo fatto la qualifica, è dieci giorni, oggi l'hanno invitato alla gara... per tutto il discorso di Potenza. Stessa cosa (per gli, ndr) accordi con il gruppo Irem. Ieri sono stato con la Erg, perché sai erano tutti contatti che io avevo». E per di più «fortissimi». A parlare è Gianluca Gemelli, intercettato al telefono dalla procura del capoluogo lucano nell’inchiesta Petrolio, mentre con un impiegato di banca sta facendo il punto sulle ultime manovre d’affari andate a segno. Quel «lui» è Salvatore Lanteri, amministratore unico di Ponterosso Engineering, la società di progettazione sospettata di essere legata allo stesso Gemelli e alla sua azienda Its. Pronto ad acquisirne il 49 per cento, l’obiettivo dell’imprenditore siciliano sarebbe stato quello di far crescere e avviare la Ponterosso in «un mercato più vasto», scrivono i magistrati di Potenza. «Però io questa cosa qua la sto facendo proprio perché tramite Confindustria ho una serie di agganci seri», spiegava all’impiegato il compagno dell’ex ministra Federica Guidi.

È il 5 novembre 2014, e la Ponterosso è stata appena accreditata come offerente presso la Total, in vista della partecipazione a «gare ormai imminenti», si legge nelle carte dell’indagine condotta dai pm Luigi Gay, Francesco Basentini e Laura Triassi, adesso proiettata a far luce anche su alcune concessioni demaniali sospette del porto di Augusta. Nella telefonata con l’impiegato di banca, oltre alla qualifica ottenuta presso la francese Total, Gemelli chiama in causa «accordi» e «contatti» che lo stesso avrebbe avuto, rispettivamente, con Irem ed Erg. Delle due società, la prima è attiva nell’indotto della centrale Oli di Viggiano: lo stabilimento al centro dell’indagine per smaltimento illecito di rifiuti speciali e falsificazione dei dati sulle emissioni in atmosfera.

Ma l'Irem non è conosciuta solo per gli affari in territorio lucano. Presente in Sicilia, la holding internazionale – di cui Erg è annoverata tra i clienti – è anche una delle multinazionali attive nel polo petrolchimico e commerciale Siracusano. Nella rada di Augusta - località Punta Cugno - il suo consorzio Italoffshore è titolare di una concessione demaniale per attività di costruzione di impianti, manufatti e piattaforme off-shore. Mentre nel settore dello stoccaggio petrolifero - attraverso la controllata Tanko - l’impresa risulta socia al 15 per cento di Decal Mediterraneo, società amministrata dai fratelli Fazio.

Ed è proprio nel filone siciliano dell’indagine sulla «cricca del petrolio» in Basilicata che il nome Decal salta fuori come società antagonista dell'Alpha Tanko, la ditta che, secondo gli inquirenti, sarebbe riferibile allo stesso Gemelli. Gli investigatori potentini sono convinti che quest’ultimo avesse preso di mira un pontile della rada megarese – sempre a Punta Cugno, accanto ai cantieri Irem-Italoffshore – per il quale, già nel 2012, la società dei Fazio aveva ottenuto dalla Regione il nulla osta alla realizzazione di un deposito costiero di idrocarburi. Progetto omologo a quello a cui avrebbe ambito anche Gemelli: motivo per cui lo stesso si sarebbe mosso - all’ombra di Alpha Tanko e sfruttando i suoi «contatti» con ambienti istituzionali - per ostacolare il concorrente affare di Decal. Un’operazione nascosta che sarebbe stata spalleggiata anche dal commissario dell'Autorità portuale di Augusta, Alberto Cozzo, responsabile nell’iter amministrativo per il rilascio della relativa concessione marittima.

Nella vicenda del pontile di Augusta – in sintesi – la pista percorsa dal pool di Potenza finora sembra contrapporre gli interessi dei Fazio e di Irem a quelli di Gemelli e Alpha Tanko. Resta da chiarire - stando ai dati dei legami societari verificati da MeridioNews - come questa ipotesi investigativa possa conciliarsi con i presunti accordi che Gemelli si vantava telefonicamente di aver stretto col gruppo Irem. Proprio alla luce della partecipazione di quest’ultima società nella compagine Decal. MeridioNews ha contattato la società Irem per una replica, ma è ancora in attesa di una risposta.

Gianmarco Catalano

inchiesta pubblicata su MeridioNews, quotidiano regionale online

sabato 7 maggio 2016

Augusta, il pontile conteso da Fazio e Gemelli. Coinvolta ditta del trasporto rifiuti Ilva



Il compagno dell'ex ministra Guidi sarebbe il socio occulto di Alfa Tanko, società interessata alla realizzazione di un deposito di idrocarburi al porto siracusano. A detenere la maggioranza delle quote è la Isia global service, di cui Alberto Cozzo, commissario dell'autorità, è anche avvocato fiduciario 


«Crediamo di aver dimostrato documentalmente che i presunti ostacoli al rilascio della concessione in favore dell'unica ditta privata che aveva presentato istanza, ovvero la Decal, non sono mai provenuti dall'Autorità portuale ma da altre autorità, ovvero lo stato maggiore della Marina militare e l'assessorato regionale». Sono le parole contenute nella memoria difensiva consegnata, giovedì pomeriggio, alla procura di Potenza dall’avvocato Dario Pastore, difensore del commissario straordinario dell’autorità portuale di Augusta, Alberto Cozzo, coinvolto nel filone siciliano dell’inchiesta Petrolio. I magistrati lucani avevano convocato per un interrogatorio il commissario portuale – indagato per turbata libertà del procedimento di scelta del contraente in relazione ad una concessione demaniale - che ha scelto però di avvalersi della facoltà di non rispondere. «Ci siamo riservati di farci sentire non appena sarà emesso l'avviso di conclusione delle indagini – prosegue la nota del legale - perché dobbiamo conoscere gli elementi di accusa che a oggi non conosciamo se non dalla stampa».


Gli sforzi degli inquirenti sono focalizzati sull’esame del mancato rilascio di una concessione demaniale per un pontile del porto megarese, situato in contrada Punta Cugno. In quell’area, la società Decal Mediterraneo – nel cui consiglio d’amministrazione siedono i fratelli Carlo e Alfio Fazio, menzionati da l’Espresso tra i 100 nomi di italiani titolari di conti correnti nel paradiso fiscale di Panama – nel 2012 aveva ottenuto l’autorizzazione della Regione Sicilia per la realizzazione di un deposito costiero di oli minerali. Un’opera che, stando alle prescrizioni del decreto regionale, avrebbe dovuto concludersi entro un anno. 

Nella stessa area interessata dal progetto dei Fazio, secondo gli investigatori di Potenza, Gianluca Gemelli, compagno della ministra Federica Guidi,  ambiva a realizzare un proprio deposito petrolifero. Da lì la guerra nascosta che Gemelli avrebbe condotto contro Decal, agendo come socio occulto della Alpha Tanko. Una società creata a inizio 2015 e risultante allo stato inattiva - con amministratore unico l’imprenditore milanese Alfredo Leto - partecipata per il 91% da Isia global service e per il 9% da Fabio Bellomo, quest’ultimo sentito l’altro ieri dagli inquirenti e sospettato di essere prestanome di Gemelli. La Isia global service, amministrata interamente dallo stesso Leto, è anche l’azienda per la quale, dal novembre 2013, Cozzo svolge l’incarico di avvocato fiduciario. Un’impresa salita alle cronache nazionali lo scorso anno, perché ha curato il trasporto dei rifiuti speciali – in arrivo via mare dall’Ilva di Taranto - dallo scalo portuale verso una discarica, la Cisma di Melilli, destinataria in quel periodo di un’interdittiva giudiziaria antimafia

Nell’operazione della «cricca del petrolio» volta a scalzare Decal, anche Cozzo ricoprirebbe un ruolo d’ostacolo al rilascio della concessione demaniale necessaria ai Fazio per poter avviare i lavori. Dall’esame dei documenti relativi all’iter amministrativo, emerge che la Decal – tra il 2012 e il 2015 - ha richiesto alla Regione Sicilia tre proroghe consecutive dell’autorizzazione concessa. A motivo di questo temporeggiare, accanto agli effetti della crisi economica, la società lamentava le difficoltà incontrate nel portare a termine la trafila burocratica «avendo l'Autorità portuale di Augusta proposto una concessione onerosa – scriveva - al punto da non poter essere accettata senza l'esperimento di una seria trattativa economica». E che tale trattativa, sottolineava, «è di non facile esecuzione, stante l'attuale situazione di commissariamento della Autorità portuale medesima». La Regione ha concesso a Decal due delle tre proroghe richieste. L’ultima risale al 10 novembre 2014: quattro giorni prima che Cozzo fosse nominato commissario straordinario, succedendo a Enrico Maria Pujia, in carica dal dicembre 2013. Ma la terza richiesta di proroga è stata rigettata dalla Regione a gennaio di quest’anno: quando Cozzo è già in carica da più di un anno

Secondo Pastore, tuttavia, «è impensabile che Cozzo abbia potuto turbare la scelta del contraente». Per il via libera definitivo al progetto, la legge domanda l’ottenimento di ben 16 pareri istituzionali, che chiamano in causa non solo gli uffici di Regione e ministeri, ma anche il comando territoriale della Marina militare, oltre alla stessa autorità portuale. «Un procedimento che sarebbe durato non meno di due anni», sostiene Pastore. Per il quale, in merito all’accusa secondo la quale Cozzo si sarebbe speso per avvantaggiare Gemelli a discapito dei Fazio, rimane un interrogativo: «come si può pensare quindi di favorire un'altra società, ovvero l'Alfa Tanko, che non aveva neppure presentato alcuna istanza di concessione, e se non c'erano nemmeno i pareri favorevoli?». 
Nel ribadire l’«estraneità di Cozzo» a condotte penalmente rilevanti, Pastore non fa mistero, invece, dei contatti con Gemelli. «Non ci nascondiamo dietro un dito, Cozzo ha caldeggiato la sua nomina – conclude il legale nelle memorie - ma da qui a dire che sarebbe stata la contropartita per altri favori ce ne vuole».

Gianmarco Catalano


inchiesta pubblicata su MeridioNews, quotidiano regionale online

venerdì 6 maggio 2016

Atteso ad Augusta il peschereccio della strage di aprile 2015 Un'operazione militarizzata e off-limits per i cittadini


A un anno dal naufragio: a quando verità e giustizia per i desaparecidos del Mediterraneo?


In Sicilia, oramai, nemmeno i lutti sono risparmiati alla militarizzazione. E così anche il recupero di un peschereccio naufragato -  a un anno dalla tragedia del 18 aprile 2015 che costò la vita a 800 migranti - diventa un’operazione blindata dalla Marina militare italiana che utilizzerà il pontile Nato di Melilli per l’approdo del relitto e l'estrazione delle salme. Si sarebbero potute impiegare le banchine civili della darsena di Augusta, ma si è scelto di tenere a debita distanza i cittadini nascondendo il peschereccio, e i corpi in esso imprigionati, dentro gli spazi off-limits della base militare della Nato. 

A pochi passi dai depositi di combustibili per navi da guerra di punta Cugno, all’ombra delle ciminiere del petrolchimico e sullo sfondo del ripostiglio delle armi chimiche di Cava Sorciaro. Uno scenario di morte e violenza, che oscura i colori della solidarietà e del cordoglio che in quella giornata avrebbero potuto illuminare e stringere le comunità della provincia più  inquinata d’Italia, in una Sicilia le cui coste sono sempre più militarizzate da navi da guerra Usa-Nato e dalla flotta di Frontex, occupata a blindare i confini e a respingere i migranti, che sopravvivono ai naufragi.

L’arrivo del peschereccio ad Augusta poteva essere l’occasione per far toccare direttamente alla popolazione siracusana e ai cittadini solidali
la drammatica realtà delle stragi del  Mediterraneo, dei naufraghi senza nome e dei dispersi. Sarebbe stato un momento di raccoglimento e condivisione, per poter sentire profondamente il peso di quelle esistenze spezzate, delle speranze e dei sogni annegati nei fondali di un canale trasformato in un muro invalicabile dalle politiche liberticide e securitarie della fortezza Europa

E invece no. Si è preferito sollevare ancora un muro, fisico e ideologico,
per tenere lontani gli augustani dalla vista di qualcosa che, magari, avrebbe potuto smuovere le loro coscienze, animare e interrogare collettivamente. Meglio allora nascondere, non far vedere né sentire, vietando l’accesso persino ai giornalisti. Meglio confinare i migranti, non solo da vivi ma anche da morti, lontano dalle città. Affinché non se ne parli, non se ne raccontino le storie, non si conoscano i loro volti. E’ lo stesso copione seguito per i barconi scortati all’interno del porto commerciale megarese, nei non-luoghi dell’emergenza, al chiuso dei tendoni dove i migranti finivano stipati in condizioni igienico-sanitarie degradanti. 

Un’operazione di confinamento
attuata, sempre ad Augusta, anche per i minori non accompagnati delle scuole verdi, che meno di due anni fa furono trasferiti in blocco al centro di Città Giardino del Buzzi di Mafia Capitale. Col risultato di troncare un nascente laboratorio cittadino di accoglienza che, aprendo le scuole verdi al quartiere, aveva visto la partecipazione di associazioni di volontariato, famiglie, parrocchie, tutor, educatori.

Il 
o il 10 maggio, i cittadini di Augusta, Priolo e Melilli non potranno seguire le operazioni delle forze armate sul relitto recuperato, se non attraverso i notiziari dei telegiornali. Come un fatto estraneo alle nostre vite e distante dai luoghi che abitiamo. Per questo è importante andare oltre l'ennesimo tentativo di virtualizzazione mediatica e istituzionale degli eventi, che ci vorrebbe supini e indifferenti. Per la cittadinanza augustana basterà affacciarsi alle finestre per rendersene conto: quel barcone verrà scortato appena sull’altra sponda del porto, proprio in mezzo ai pontili contesi dal "quartierino" di speculatori  su cui indaga la magistratura lucana  

Che succederebbe se, all’arrivo del peschereccio, provassimo ad avvicinarci il più possibile a quell’altra sponda?
La nostra presenza fuori dai cancelli della base sarebbe la testimonianza di una radice di solidarietà che resiste al virus dell’imbarbarimento razzista, alle militarizzazioni, al saccheggio e al dominio della "cricca del petrolio”.

di Rete Antirazzista Catanese