domenica 30 aprile 2017

Dal G8 di Siracusa al G7 di Taormina: l'ambiente è ancora sotto attacco



Il 26 e 27 maggio prossimi, i capi di stato e di governo delle sette maggiori potenze industriali ed economiche del mondo si riuniranno a Taormina. Tra i grandi temi sul tavolo del vertice G7 ci sarà anche l’Ambiente: una delle “priorità tematiche”, come annunciato dallo Sherpa italiano del G7, l’Ambasciatore Raffaele Trombetta, in vista della specifica riunione ministeriale programmata per giugno a Bologna  


La “lotta ai cambiamenti climatici” insieme alla “sostenibilità ambientale” sono gli impegni che sulla carta, e da decenni,  i leader degli Stati più industrializzati del mondo dichiarano di perseguire, stipulando accordi internazionali e dandosi obbiettivi, di fatto, mai raggiunti e, per la verità, irraggiungibili nel quadro di un sistema socio-economico in cui la natura è considerata mera “risorsa” da sfruttare e mercificare per il profitto di pochi (il famoso 1%), anziché un bene comune.


Dietro la maschera “green” da indossare sotto i riflettori mediatici di Taormina, i sette capi di Stato e di governo tentano invano di nascondere la realtà delle loro politiche energetiche, che sono al servizio delle lobby industriali e fatte di finanziamenti per decine di miliardi di euro alle centrali da fonti fossili (petrolio, carbone, gas), cioè alla causa principale di quei cambiamenti climatici che gli stessi leader millantano di voler contrastare. In questa direzione, un chiaro segnale è dato anche dai recenti sviluppi e dalla progressiva globalizzazione del mercato del GNL (gas naturale liquefatto), su cui l’ultimo G7 in Giappone ha confermato le ambizioni dei “grandi” che verranno ancor meglio definite al prossimo G7 Trasporti di Cagliari. Questo gigantesco business, infatti, sta evidenziando, più di altri, i grossi interessi degli Stati Uniti come paese esportatore in ascesa, seguito a rimorchio da un’Unione europea pronta a diventare “mega-hub” per lo stoccaggio del metano liquido. Come sta già avvenendo in Sardegna e si programma di fare anche in Sicilia, tutto ciò significherà disseminare di terminal GNL i principali porti mediterranei, paralizzarli dal traffico costante di navi metaniere, mettere a serio rischio la sicurezza delle popolazioni limitrofe e allontanare ulteriormente la prospettiva di un’economia, equa e sostenibile, finalmente libera dall’uso dei combustibili fossili e dall’inquinamento che ne deriva.    

Nel frattempo, i risultati prodotti da tutte queste misure di “sicurezza energetica”, ancorate al consueto obbiettivo di “crescita globale”, restano le continue devastazioni ambientali, i danni irreversibili alla salute delle popolazioni e le crescenti migrazioni forzate da processi (aumento delle temperature, inondazioni, siccità, desertificazione) che stanno rendendo invivibili vaste regioni del pianeta. Emblema di tutti questi fenomeni è proprio la Sicilia, oggi scelta come sede del G7 sotto la presidenza italiana, ma che già nel 2009 ospitò il G8 Ambiente, in un luogo simbolo del volto predatorio del capitalismo: Siracusa. E’ questa, infatti, una delle zone più devastate in Europa dall’industria petrolchimica, e per tale ragione è annoverata tra le quattro aree siciliane “a rischio di crisi ambientale” e sito d’interesse nazionale per le bonifiche (SIN), accanto a Gela, Milazzo e Biancavilla. Il summit di Siracusa era stato voluto dall’allora ministra dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo, ben conosciuta nel triangolo industriale di Augusta-Priolo-Melilli per gli affari eco-insostenibili delle sue aziende di famiglia. In quella occasione, movimenti, comitati territoriali, associazioni e organizzazioni della società civile – riuniti nel Coordinamento regionale “Contro G8” – animarono tre giorni di mobilitazione, tra manifestazione di piazza e forum tematici, con migliaia di partecipanti accorsi da tutta la Sicilia, dal Sud e dal Centro Italia, per contestare la ricetta neoliberista dei potenti con «proposte concrete, coniugabili con la tutela primaria del pianeta, dell’integrità dei suoi molteplici equilibri, di tutti i viventi, dell’umanità tutta e dei suoi diritti fondamentali», scrivevano gli organizzatori e le organizzatrici del “contro-vertice”.         

A otto anni da quell’evento, le condizioni socio-economiche e ambientali dell’Isola sono peggiorate, nonostante alcuni nefasti progetti – tra cui un rigassificatore e un nuovo inceneritore proprio nel Siracusano – siano stati bloccati dalla tenace opposizione sociale ravvivata proprio dalle giornate di “contro-vertice” G8 nel capoluogo aretuseo. Ancora oggi, la Sicilia, come altre regioni europee e in particolar modo del Sud, continua ad essere terra di rapina per multinazionali, ecomafie, società e comitati d’affari rappresentati da una classe politico-clientelare che, da sempre, si nutre del malessere e dell’indigenza in cui versa un’ampia fascia di popolazione, a partire da quella giovanile.  

Discariche e inceneritori, trivelle e deforestazioni, impianti inquinanti e scorie pericolose sono le minacce più comuni, per l’uomo e per l’ambiente, contro le quali le comunità resistono, in tutto il mondo, per riaffermare il diritto all’autodeterminazione popolare e ad un’esistenza libera, dignitosa e in armonia con la natura. E’ così che dappertutto nascono e si consolidano movimenti popolari in lotta contro piani industriali, speculazioni edilizie, privatizzazioni e opere pubbliche dannose e inutili, se non per le tasche di affaristi, imprese senza scrupoli e loro referenti politici.        

Guardando all’Italia, in particolare, da nord a sud, uomini e donne si organizzano e tracciano percorsi collettivi di lotta: per dire basta ai soprusi generati dalla grande industria, per denunciare la complicità delle istituzioni, per fermare la distruzione dei territori, per rivendicare bonifiche e riconversione ecologica delle economie, per rimettere al centro le persone e rifiutare il ricatto occupazionale che contrappone la prospettiva di un reddito, spesso precario e senza tutele, al diritto a vivere in un ambiente sano, pulito e sicuro.          

L’appuntamento del G7 di Taormina, per tutte queste realtà e soggettività, della Penisola come del resto d’Europa, può rappresentare un’importante occasione per sviluppare e rafforzare legami tra i territori, per aprire canali di scambio e confronto tra pratiche ed esperienze diverse e comuni, per costruire ponti di solidarietà attiva e tracciare sentieri condivisi, manifestando insieme, ancora una volta, in faccia ai potenti della terra e alla loro agenda, che un’alternativa a questo stato di cose è necessaria e stiamo già lavorando a realizzarla.     


Gianmarco Catalano




 



 



venerdì 28 aprile 2017

Benito Mussolini è cittadino di Augusta, una città che non fa memoria


«Il Consiglio, ad unanimità di voti per acclamazione fra scroscianti applausi del numeroso pubblico intervenuto, delibera di conferire la cittadinanza onoraria a Sua Eccellenza Benito Mussolini, Capo del Governo Sommo Duce del Fascismo, sciogliendo l’augurio che sia lungamente conservato a reggere le sorti della Nazione per la salvezza e per il bene della Patria». 18 maggio 1924, anno secondo dell’era fascista. Il Consiglio comunale di Augusta, accogliendo la proposta del sindaco-barone-cavaliere Luigi Tumscitz, ha  proclamato il dittatore cittadino augustano, otto giorni dopo la prima visita ufficiale in città.            

«Una data indimenticabile – commentava il sindaco Tumscitz in aula – che la nostra città segnerà a carattere d’oro per la fortunata occasione di aver avuto fra noi in quel giorno, l’uomo, il di cui nome noi Italiani – superbi e fieri – porteremo sempre scolpito nel cuore, e che tutto osò con fermezza, coraggio e fede…». Quel 13 maggio, dal balcone del Municipio, il duce aveva esaltato l’importanza militare di Augusta, assumendo l’impegno di un suo immediato potenziamento, come base strategica per il lancio delle future avventure coloniali dell’Italia nel continente africano. Un ruolo già sperimentato in occasione della prima aggressione italiana in Libia (1911-12) intrapresa dal governo Giolitti, quando di colpo la rada di Augusta fu occupata da una ventina di navi da guerra e tutt’attorno spuntarono caserme, depositi, batterie di fuoco. In quella occasione, diverse abitazioni furono requisite per dare alloggio ai militari e persino un plesso scolastico, il San Domenico, venne destinato a ospitare una squadra di 250 artiglieri. «Un gigantesco flusso migratorio che s’impone alla città», si legge nelle cronache di allora che riferiscono dell’arrivo di oltre 100 mila soldati.    

Nel giro di due decenni, Augusta sarà armata al punto da divenire la base navale più potente del Mediterraneo centrale. Ma per raggiungere questo risultato, alcuni anni prima, era stato necessario spazzare via dal terreno ogni forma di opposizione popolare, politica e sindacale. In particolare, tra il ’20 e il ’22 , l’alleanza tra fascisti, mafiosi, borghesia e prefetti, aveva scatenato una sanguinosa repressione del movimento contadino e proletario nel Siracusano e in tutta l’area iblea. Ci furono morti, feriti, esuli. Le “giunte rosse”, uscite dalla schiacciante vittoria alle amministrative del ‘20, vennero sciolte con le armi alla vigilia delle elezioni politiche del maggio ‘21.                

A denunciare i gravi fatti di violenza e i brogli era stato il deputato Psi Arturo Vella in seno alla Giunta parlamentare delle elezioni. «Ad Augusta durante la notte si distrugge la Camera del lavoro, si assaltano le case dei dirigenti socialisti». Il sindaco di Augusta, Giuseppe Tringali, dopo un’aggressione fascista e mafiosa in cui era rimasto ferito, il 23 aprile «lo si spedisce via con la rivoltella in pugno». Per tutto il paese, ora vige un clima di persecuzione e terrore. La porta del Municipio è presidiata dalla «maffia locale» e «tutti i cittadini estranei ad Augusta sono pedinati dalla stazione appena si presentano». 

Alla fine i socialisti ottennero appena 13 voti contro i 1100 delle comunali di cinque mesi prima. A trionfare nel collegio megarese fu l’onorevole nisseno Francesco Saverio D’Ayala, «solfataro milionario», nazionalista, sconosciuto ad Augusta. Ciononostante l’onorevole D’Ayala riuscì a superare l’80 per cento dei consensi: tra chi votò per lui risultarono anche 103 morti e 653 emigrati. Un plebiscito truccato da un pacchetto di voti che D’Ayala aveva comprato per 100 mila lire da un notabile ed ex sindaco augustano, il commendatore Antonio Omodei.            

Dal ’22 al ‘24, compiuta la marcia su Roma, il regime fascista si consolida. Anche ad Augusta arriveranno i podestà, gli arresti e l’esilio degli ultimi oppositori, la tragedia della guerra e il suo carico di morti. Poi lo sbarco alleato e una liberazione dal fascismo in cambio di una sovranità limitata da una nuova occupazione militare. Dopo l’arrivo degli americani e della Nato, la militarizzazione del territorio è stata normalizzata, insieme alla sua penetrazione nel tessuto sociale e alla sua influenza politica e culturale. Nel frattempo sono arrivate le industrie e gli industriali: perfetti sconosciuti in combutta con i signorotti locali, come era stato ai tempi dell’onorevole D’Ayala.         

Da quei fatti sono passati oltre sessant’anni, ma alcuni nodi di questa storia non si sono mai sciolti. Oggi il polo industriale è in declino, i suoi veleni continuano a uccidere e Augusta rimane una delle principali piazzeforti belliche del Mediterraneo centrale. Benito Mussolini è ancora cittadino augustano, ma nessuno se ne cura. A differenza di tanti comuni italiani, tra cui Torino e Firenze, che hanno scelto di revocargli questa onorificenza come gesto di memoria e responsabilità antifascista. In compenso, alla piazzaforte militare di Augusta è dedicato un museo: divise, fucili, bombe e cannoni in mostra nelle stanze del municipio. Il museo civico invece non esiste: i suoi pezzi rimangono chiusi in un armadio e in parte custoditi al domicilio di una volenterosa dipendente comunale. In attesa di collocazione. 


 Gianmarco Catalano


articolo ripreso dal giornale I Siciliani
    

giovedì 27 aprile 2017

Augusta, mucche al pascolo accanto all'inceneritore Gespi

Là dove c'era l'erba ora c'è... ancora l'erba, ma con le mucche al pascolo sotto un inceneritore per rifiuti speciali e pericolosi.




La foto è stata scattata lunedì scorso (24 aprile). L'impianto d'incenerimento, sito in località Punta Cugno ad Augusta, è quello della società Gespi amministrata dai fratelli Giuseppe e Giovanni Amara, attualmente indagati dalla procura di Catania in merito al traffico illecito di rifiuti destinato alla discarica Cisma di Melilli. Secondo l'accusa, le ceneri che uscivano dall'impianto Gespi avrebbero contenuto «metalli, in particolar modo di nichel e piombo». Cioè rifiuto considerato cancerogeno. È quanto emerso dalle analisi dell'Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente (maggiori dettagli nell'inchiesta di MeridioNews a questo link ).

Per un grave sforamento dei limiti di legge nelle emissioni dell'inceneritore Gespi, nel marzo 2013 Giuseppe Amara - già gravato da un precedente penale in materia d'inquinamento - è stato condannato in primo grado a 1 anno e 8 mesi di arresto e 35 mila euro di ammenda, oltre al risarcimento del danno alle parti civili. Una condanna poi caduta in prescrizione in appello, ma che accerta l'episodio di inquinamento da diossine e furani e il connesso danno ambientale. Nelle motivazioni, il giudice affermava che, nonostante la gravità dei fatti, Amara «non si è concretamente assunto alcuna responsabilità» e «non appare meritevole di credito in ordine a future condotte virtuose».


A questo punto, alcune domande vengono naturali:

Quei terreni adiacenti la Gespi sono mai stati analizzati dall'Arpa?

L'Asp, che pochi giorni fa ha disposto l'abbattimento di 24 bovini contaminati dalla diossina, può dare garanzie di rispetto dei parametri sanitari per quei pascoli a ridosso dell'inceneritore e della zona industriale?

Quali azioni di prevenzione sanitaria e ambientale, politiche e amministrative, sta mettendo in atto la sindaca di Augusta per evitare un'altra strage di animali e il peggioramento delle condizioni di salute dei suoi concittadini?

L'amministrazione comunale megarese ha già agito in sede civile per il risarcimento del danno ambientale cagionato dalla condotta di Amara accertata nella sentenza del 2013?

Gianmarco Catalano

sabato 22 aprile 2017

Incominciando col gustare un po’ di libertà, si finisce per volerla tutta


Figli della libertà: nelle sale di nuovo in missione per Gaia

Nel 2015 una stravagante famiglia ha raccontato, con il suo primo documentario dal titolo “Unlearning”, un viaggio durato sei mesi, senza soldi, alla ricerca di modelli diversi dalla famiglia mononucleare di città, cercandoli per l’appunto in circhi, comuni ed ecovillaggi. Questo lavoro, prodotto interamente dal basso, è stato pluripremiato in molti festival europei e proiettato in oltre 110 cinema. Adesso il regista Lucio Basadonne, sua moglie Anna Pollio, assieme alla loro figlia Gaia, arrivano a presentare la loro seconda opera, frutto di un’altra avventurosa ricerca, con il loro nuovo documentario dal titolo “Figli della Libertà”, proiettato in anteprima il 7 marzo in ben 37 città (altre proiezioni stanno ancora continuando a pieno ritmo in tutta Italia) grazie alla riuscita raccolta fondi preliminare mediante crowdfunding, che ha permesso loro anche questa volta di sostenere le spese di produzione. La presentazione nelle varie sale in tutta Italia è stata introdotta da educatori ed esperti che hanno collaborato dal basso alla raccolta fondi e alla promozione. A Catania il sociologo Augusto Gamuzza ha introdotto l’anteprima, in una serata molto partecipata (lui stesso era tra coloro che danno la loro testimonianza all’interno del documentario) ed ha anche coordinato e animato il dibattito che ha seguito la proiezione.

“Incominciando col gustare un po’ di libertà, si finisce per volerla tutta”.
Come non stupirsi nel trovare questa citazione dell’anarchico Errico Malatesta proprio all’inizio della prima scena di “Figli della Libertà”. Il documentario comincia la sua narrazione seguendo i legittimi dubbi che iniziano a covare Anna e Lucio nel constatare i primi risultati ottenuti dalla diversa istruzione che hanno deciso di dare a Gaia dopo l’aver scelto di mandarla in una scuola libertaria anziché in un classico istituto scolastico. Si viene lasciati sospesi quasi tutto il tempo, senza facili partigianerie, in uno scenario fatto di quei dilemmi e coraggiose speranze, che inevitabilmente ogni genitore affronta quando sceglie un tipo di educazione alternativo per i propri figli. “Stiamo salvando Gaia dagli effetti grandemente deleteri dell’ingabbiante scolarizzazione istituzionale o la stiamo condannando a trovarsi un giorno impreparata quando uscirà dall’isola felice per affrontare questo difficile mondo?”.

Per sciogliere questi dubbi, Anna e Lucio, compiono una “missione eroica”, per la quale credo verranno ringraziati da tanti altri genitori che si pongono o che si porranno tali domande. Scelgono di nuovo di rimettersi in viaggio con Gaia per andare in cerca di esperti di pedagogia, pensatori, genitori, bambini e ragazzi che seguono o impartiscono pedagogie anti-autoritarie e insegnamenti di tipo parentale, fino a scovare pure chi a scuola non c’è mai andato, riuscendo lo stesso ad affermarsi nella vita. Tra queste figure troviamo il noto regista Silvano Agosti e il libertario Paolo Mottana, docente universitario di filosofia dell’educazione alla Bicocca di Milano. Degno di nota inoltre è il loro essersi spinti anche nella nota scuola di Summerhill in Inghilterra, dove da quasi un secolo si applicano metodi pedagogici alternativi e anti-autoritari. Lì hanno intervistato alcuni alunni ed ex-alunni che hanno testimoniato le loro incoraggianti esperienze, ricordandoci, tra l’altro, che queste pratiche, per quanto possano sembrare nuove, esistevano già dai tempi di Tolstoj. In questo itinerario sono quindi riusciti a condividerci il pensiero e le esperienze di tutti questi ricercatori, anche per cercare di rassicurare la simpatica nonna siciliana di Gaia, profondamente scettica e preoccupata rispetto alle scelte inusuali  di Lucio ed Anna. 

Pregevole è la possibilità data allo spettatore di sbirciare all’interno di questi interessanti e sfuggenti arcipelaghi sulle “altre” forme di pedagogia. È utile sapere che queste esperienze in Italia, secondo gli ultimi dati forniti dal ministero dell’istruzione, registrano un significativo incremento. Sarebbe di certo sorpresa la nonna di Gaia nel sapere che proprio la Sicilia è in testa alla classifica rispetto alle regioni più coinvolte, soprattutto nell’istruzione parentale.
Dopo la proiezione si è animato un breve dibattito che ha chiarito, attraverso le parole di Gamuzza, come sia necessario un percorso di approfondimento teorico e metodologico sulle questioni relative alle pratiche di educazione alternativa in Italia. Obiettivo che si inserisce in un percorso di ricerca intrapreso dalla cattedra di Sociologia del Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università di Catania al fine di contestualizzare scientificamente le tante esperienze e scelte familiari che cominciano a prendere piede e che meritano maggiore studio.

A riprova di questo fermento, stando sempre ai numeri diffusi dal ministero riguardo la nostra isola, il 17–18 settembre 2016 si è tenuto il secondo Meeting Homeschooling Sicilia, a San Saba, in provincia di Messina; mentre si terrà un nuovo raduno della Rete Scuola Famigliare dal 15 al 21 aprile a Piedimonte Etneo. La stimolante visione di questo documentario ci interroga sul come porsi rispetto alle prassi di scolarizzazione autoritaria e ai gravi effetti sociali ed esistenziali che ne derivano e che spesso tutti portiamo ancora sulle spalle. “Figli della Libertà” sicuramente è un ottimo strumento di riflessione e ci spinge in qualche modo a intraprendere, ognuno per quel che può, qualche altra importante “eroica missione”.

Alessio Giannetto

venerdì 14 aprile 2017

Dynamic Manta, vetrina mediterranea per il mercato di mezzi da guerra


Le esercitazioni militari, oltre ad addestrare alla guerra, sono un palcoscenico privilegiato per l'industria degli armamenti e per gli Stati nel ruolo di clienti, ma anche di promoter e finanziatori delle proprie aziende nazionali

Il 30 marzo scorso, la U.S. Navy, la Royal Australian Air Force e la Royal Air Force hanno firmato un contratto da 2,2 miliardi di dollari con l'azienda statunitense Boeing, per la fornitura di 17 aerei P-8A Poseidon. 
Gli Usa riceveranno ulteriori 11 aerei, mentre l’Australia aggiungerà altri 4 esemplari alla sua flotta di 2 già operativi. Infine il Regno Unito ha acquistato 2 esemplari con previsione di consegna nel 2019. L'accordo include anche opzioni per ulteriori 32 Poseidon, che se esercitate porterebbero il valore complessivo dell'affare a 6,8 miliardi di dollari.

Con questo velivolo specializzato nella guerra anti-sommergibile e contro i mezzi di superficie, gli Stati Uniti hanno preso parte all'ultima edizione dell'eser
citazione aeronavale Nato Dynamic Manta (DYMA17), svoltasi nelle acque del Mar Ionio dal 13 al 24 marzo. 

Altro futuro operatore del Poseidon sarà la Norvegia - non a caso, nuova player insieme al Canada della DYMA17 - che ha firmato un contratto per 5 P-8A che andranno a rimpiazzare gli attuali P-3C/N Orion e Falcon 20. Le consegne sono previste tra il 2022 e il 2023. Al di fuori degli alleati storici della NATO e degli USA, il solo altro utilizzatore del Poseidon è la Indian Navy che opera la versione P-8I in otto esemplari, in attesa della consegna di ulteriori 4 esemplari.

Secondo la redazione di Aviation Report, in visita in Sicilia durante le manovre di DYMA17, sono ben otto i Poseidon a stelle e strisce attualmente ospitati presso la base aerea di Sigonella. 

sabato 8 aprile 2017

Da Dynamic Manta ai missili in Siria: Augusta, base a rischio nucleare per le guerre Usa e Nato


L'attacco missilistico degli Stati Uniti, che ieri ha colpito la base aerea siriana di Shayrat, è stato lanciato dalle cacciatorpediniere Uss Ross (DDG 71) e Uss Porter (DDG 78). Proprio quest'ultima, dal 13 al 24 marzo, ha partecipato alla mega-esercitazione Nato Dynamic Manta nel Mar Ionio, affiancata dal sottomarino nucleare Uss New Mexico. 

Dal 25 al 27 marzo, la Uss Porter aveva compiuto l'ultima sosta presso la base aero-navale di Suda, nell'Isola greca di 
Creta, per poi congiungersi alla Uss Ross, transitata il 3 aprile dalla stazione navale di Rota in Spagna


E' molto probabile che il carico di missili
Tomahawk sia stato fatto nel porto di Augusta
, attingendo dal deposito di Cava Sorciaro, in territorio di Melilli. Un arsenale che ha servito, e continua a servire, tutte le principali operazioni di guerra statunitensi e dell'Alleanza Atlantica: dall'operazione "Desert Storm" della prima guerra del Golfo (1990-91) - durante la quale è documentato, in particolare, che la nave da guerra Uss Spruance faceva il pieno di Tomahawk proprio nella baia di Augusta - all'ultima avventura imperialista in Libia (2011).

Sempre ad Augusta, lo scorso 19 luglio, era approdata anche la Uss Ross, per rifornirsi di munizioni ("ammunition onload", si legge nei report della Us Navy), prima di muovere verso il Mar Nero per l'annuale esercitazione di guerra Nato, in funzione anti-russa, denominata "Black Sea Breeze".

L'ennesimo crimine di guerra Usa in Siria, seguito alla strage di civili compiuta dall'aviazione russa nella provincia di Idlib, conferma il ruolo centrale come trampolino bellico giocato dalla Sicilia e dalle altre regioni del Mediterraneo.


la Uss Porter in entrata nel porto di Augusta (SR), Sicilia


la Uss Porter nel Mediterraneo Orientale durante il lancio di missili Tomahawk che hanno colpito la base aerea di Shayrat, in Siria


la Uss Porter in fase d'ormeggio al pontile Nato nella baia di Augusta


Gianmarco Catalano