venerdì 28 aprile 2017

Benito Mussolini è cittadino di Augusta, una città che non fa memoria


«Il Consiglio, ad unanimità di voti per acclamazione fra scroscianti applausi del numeroso pubblico intervenuto, delibera di conferire la cittadinanza onoraria a Sua Eccellenza Benito Mussolini, Capo del Governo Sommo Duce del Fascismo, sciogliendo l’augurio che sia lungamente conservato a reggere le sorti della Nazione per la salvezza e per il bene della Patria». 18 maggio 1924, anno secondo dell’era fascista. Il Consiglio comunale di Augusta, accogliendo la proposta del sindaco-barone-cavaliere Luigi Tumscitz, ha  proclamato il dittatore cittadino augustano, otto giorni dopo la prima visita ufficiale in città.            

«Una data indimenticabile – commentava il sindaco Tumscitz in aula – che la nostra città segnerà a carattere d’oro per la fortunata occasione di aver avuto fra noi in quel giorno, l’uomo, il di cui nome noi Italiani – superbi e fieri – porteremo sempre scolpito nel cuore, e che tutto osò con fermezza, coraggio e fede…». Quel 13 maggio, dal balcone del Municipio, il duce aveva esaltato l’importanza militare di Augusta, assumendo l’impegno di un suo immediato potenziamento, come base strategica per il lancio delle future avventure coloniali dell’Italia nel continente africano. Un ruolo già sperimentato in occasione della prima aggressione italiana in Libia (1911-12) intrapresa dal governo Giolitti, quando di colpo la rada di Augusta fu occupata da una ventina di navi da guerra e tutt’attorno spuntarono caserme, depositi, batterie di fuoco. In quella occasione, diverse abitazioni furono requisite per dare alloggio ai militari e persino un plesso scolastico, il San Domenico, venne destinato a ospitare una squadra di 250 artiglieri. «Un gigantesco flusso migratorio che s’impone alla città», si legge nelle cronache di allora che riferiscono dell’arrivo di oltre 100 mila soldati.    

Nel giro di due decenni, Augusta sarà armata al punto da divenire la base navale più potente del Mediterraneo centrale. Ma per raggiungere questo risultato, alcuni anni prima, era stato necessario spazzare via dal terreno ogni forma di opposizione popolare, politica e sindacale. In particolare, tra il ’20 e il ’22 , l’alleanza tra fascisti, mafiosi, borghesia e prefetti, aveva scatenato una sanguinosa repressione del movimento contadino e proletario nel Siracusano e in tutta l’area iblea. Ci furono morti, feriti, esuli. Le “giunte rosse”, uscite dalla schiacciante vittoria alle amministrative del ‘20, vennero sciolte con le armi alla vigilia delle elezioni politiche del maggio ‘21.                

A denunciare i gravi fatti di violenza e i brogli era stato il deputato Psi Arturo Vella in seno alla Giunta parlamentare delle elezioni. «Ad Augusta durante la notte si distrugge la Camera del lavoro, si assaltano le case dei dirigenti socialisti». Il sindaco di Augusta, Giuseppe Tringali, dopo un’aggressione fascista e mafiosa in cui era rimasto ferito, il 23 aprile «lo si spedisce via con la rivoltella in pugno». Per tutto il paese, ora vige un clima di persecuzione e terrore. La porta del Municipio è presidiata dalla «maffia locale» e «tutti i cittadini estranei ad Augusta sono pedinati dalla stazione appena si presentano». 

Alla fine i socialisti ottennero appena 13 voti contro i 1100 delle comunali di cinque mesi prima. A trionfare nel collegio megarese fu l’onorevole nisseno Francesco Saverio D’Ayala, «solfataro milionario», nazionalista, sconosciuto ad Augusta. Ciononostante l’onorevole D’Ayala riuscì a superare l’80 per cento dei consensi: tra chi votò per lui risultarono anche 103 morti e 653 emigrati. Un plebiscito truccato da un pacchetto di voti che D’Ayala aveva comprato per 100 mila lire da un notabile ed ex sindaco augustano, il commendatore Antonio Omodei.            

Dal ’22 al ‘24, compiuta la marcia su Roma, il regime fascista si consolida. Anche ad Augusta arriveranno i podestà, gli arresti e l’esilio degli ultimi oppositori, la tragedia della guerra e il suo carico di morti. Poi lo sbarco alleato e una liberazione dal fascismo in cambio di una sovranità limitata da una nuova occupazione militare. Dopo l’arrivo degli americani e della Nato, la militarizzazione del territorio è stata normalizzata, insieme alla sua penetrazione nel tessuto sociale e alla sua influenza politica e culturale. Nel frattempo sono arrivate le industrie e gli industriali: perfetti sconosciuti in combutta con i signorotti locali, come era stato ai tempi dell’onorevole D’Ayala.         

Da quei fatti sono passati oltre sessant’anni, ma alcuni nodi di questa storia non si sono mai sciolti. Oggi il polo industriale è in declino, i suoi veleni continuano a uccidere e Augusta rimane una delle principali piazzeforti belliche del Mediterraneo centrale. Benito Mussolini è ancora cittadino augustano, ma nessuno se ne cura. A differenza di tanti comuni italiani, tra cui Torino e Firenze, che hanno scelto di revocargli questa onorificenza come gesto di memoria e responsabilità antifascista. In compenso, alla piazzaforte militare di Augusta è dedicato un museo: divise, fucili, bombe e cannoni in mostra nelle stanze del municipio. Il museo civico invece non esiste: i suoi pezzi rimangono chiusi in un armadio e in parte custoditi al domicilio di una volenterosa dipendente comunale. In attesa di collocazione. 


 Gianmarco Catalano


articolo ripreso dal giornale I Siciliani
    

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