mercoledì 29 giugno 2016

Migranti, poca acqua e niente soste nei trasferimenti. Un poliziotto: «Se ci sono problemi ci pensiamo noi»


«Dagli autobus non dobbiamo fare scendere nessuno, altrimenti finisce che a tutti viene la pisciarella». È l'ordine di un agente di polizia agli autisti dei 15 bus in partenza dal porto di Catania dopo uno degli ultimi sbarchi nel capoluogo etneo. «È una prassi che si ripete», denuncia Giulia Capitani, di Oxfam Italia
«Dagli autobus non dobbiamo fare scendere nessuno, perché questi non sono foto-segnalati e non possono scappare». L’ordine della polizia è stato rivolto agli autisti dei 15 autobus in partenza dal porto di Catania, venerdì scorso, incaricati di trasportare i 745 migranti sbarcati dalla nave Spica della Marina militare italiana. «Ispettore, il problema è che queste persone hanno necessità di andare in bagno, e l’ultima volta hanno pisciato nelle bottiglie di plastica», obiettava uno degli autisti riuniti a colloquio con i dirigenti della questura. Le direttive, però, erano chiare: nessuna sosta nelle aree di servizio, se non in caso di emergenza. «Nessuno deve prendere iniziative, se c’è qualche problema lo dite che ci pensiamo noi, perché altrimenti finisce che a tutti viene la pisciarella», era la replica dell’ispettore della squadra mobile etnea.
«L’ultima volta ai migranti hanno dato solo un panino e una bottiglietta d’acqua, fino a Milano», racconta a MeridioNews un conducente. «Siamo stati noi a comprare un po’ di latte e biscotti ai bambini, loro non gli danno niente», riferisce un altro autista, che lamentava soprattutto la mancanza di acqua sufficiente a soddisfare le richieste dei passeggeri. «Dalle testimonianze raccolte dai nostri operatori attivi sul territorio, purtroppo ci risulta che questa sia una prassi che si ripete a ogni sbarco, quando i migranti vengono destinati fuori dalla Sicilia». A intervenire sulla vicenda è Giulia Capitani, responsabile del settore immigrazione di Oxfam Italia, un’organizzazione non governativa impegnata da mesi in un’attività di monitoraggio delle pratiche di accoglienzain Sicilia, all’interno del progetto Open Europe. «A quanto pare le soste degli autobus sono all’incirca ogni quattro ore - spiega Capitani – Un intervallo di tempo troppo lungo che, visti i bisogni corporali delle persone, crea evidenti problemi igienici».
A bordo dell’imbarcazione della Marina - ormeggiata al molo numero 12 tra una nave militare turca e un’altra da crociera - i migranti soccorsi erano tutti di origine sub-sahariana. Tra questi, anche due feriti e una donna nigeriana deceduta, che lascia una bambina di otto anni. Allo scalo etneo, il personale di polizia, coadiuvato dagli agenti di Frontex, avrebbe svolto solo la pre-identificazione, cioè la registrazione dei nominativi. Concluse le operazioni in tarda serata, i migranti sono stati trasportati a Cosenza, e da lì smistati e condotti nei centri di accoglienza di BariBologna e di altre regioni nel nord Italia.
Una procedura «per nulla chiara», secondo Capitani. «Siamo perplessi di questo nuovo sistema, in base al quale l’identificazione viene fatta in luoghi diversi da quelli in cui avviene lo sbarco, contrariamente a quanto previsto dalle direttive ministeriali», dichiara Capitani. «Ci chiediamo, a questo punto, dove avvenga il prelievo delle impronte digitali, ad opera di chi e con quali garanzie per i richiedenti asilo – conclude - Approfondiremo la questione nelle prossime settimane, interpellando le prefetture, perché c’è un’assoluta mancanza di trasparenza sulla vicenda».

Gianmarco Catalano

articolo pubblicato su MeridioNews, quotidiano regionale online

domenica 26 giugno 2016

Punta Izzo, stop alla servitù militare per una riserva naturale protetta


Comunicato di Legambiente Augusta, Comitato NoMuos/NoSigonella Catania, Decontaminazione Sicilia e 'Màrilighèa

Notizia recente è che la Marina Militare sarebbe al lavoro per riattivare il poligono di tiro nella zona di Punta Izzo, all’insaputa dell’amministrazione comunale e della cittadinanza. Come organizzazioni impegnate nella difesa e nella valorizzazione dei territori, intendiamo esprimere la nostra forte contrarietà all’opera e allo svolgimento di qualsiasi esercitazione militare con armi da fuoco nell’area in questione. La riapertura del poligono militare avrebbe, infatti, un pesante impatto ambientale – oltre che negativo sul piano socio-culturale -, in ragione dei valori naturalistici, etnografici, storici e archeologici caratterizzanti il promontorio che da Punta Izzo si estende fino a Capo Santa Croce. 

Il centro di addestramento militare fu di fatto dismesso nei primi anni ’90, ma ancora oggi non è stato bonificato e si rileva la presenza di bossoli di vario tipo e calibro abbandonati tra le rocce. Se a Punta Izzo si tornasse a sparare, purtroppo, a preoccupare sarebbero anche i rischi per la sicurezza pubblica, in particolare con riferimento alla navigazione nelle acque marine antistanti, alla presenza di abitazioni a poche decine di metri e alla prossimità del polo industriale.

Punta Izzo, oggi, è esempio emblematico della più generale problematica della privazione di spazi a uso civico e di accessi al mare subita dalla società civile di Augusta, a causa delle servitù militari, degli scarichi fognari, delle privatizzazioni e del connesso abusivismo edilizio. Una problematica particolarmente avvertita dalla collettività, specie da coloro (su tutti, i bambini, gli anziani e i diversamente abili) che non dispongono di mezzi di trasporto per raggiungere le contrade del Monte o le altre spiagge lontane dal centro abitato.

Nell’opporci a qualunque ipotesi di riattivazione del poligono militare, vogliamo anche rivendicare la restituzione alla città di quella vasta e preziosa porzione di territorio. La nostra intenzione è, pertanto, quella di avviare al più presto una campagna per la smilitarizzazione, la bonifica e l’istituzione di una riserva naturale e culturale a Punta Izzo, allo scopo di riaprirla, renderla fruibile, valorizzarla e al contempo proteggerla dalle speculazioni edilizie.


Per inizio luglio, stiamo già preparando una prima uscita pubblica, con l’intento di informare e rendere partecipe la cittadinanza della tematica e organizzare concrete azioni collettive.
Nel frattempo, sollecitiamo l’amministrazione comunale a pronunciarsi con una chiara presa di posizione sulla vicenda.

venerdì 24 giugno 2016

Migranti, da Catania inizia il calvario delle deportazioni


E’ approdata nel porto di Catania la nave della marina militare italiana SPICA (che fa base al porto di Augusta) con 700 migranti, due feriti e una donna incinta deceduta, che lascia una figlia di 8 anni che viaggiava con lei; nella banchina 12, il cui accesso è vietato anche alla stampa, ad attenderli 15 bus e il carro funebre; nella stessa banchina,in bella vista, la nave della marina militare turca A 579, segno della crescente militarizzazione del porto di Catania.
I migranti, in maggioranza provenienti  da Eritrea, Sudan e Nigeria, a cui sono stati consegnati solo un panino e una bottiglietta di acqua, non essendo stati ancora foto segnalati, stanno per partire per Cosenza, dove verranno divisi fra la Puglia e il nord Italia. Alcuni autisti hanno protestato poiché , essendo i bus sprovvisti di gabinetti, è stato loro imposto di non fare fermate per evitare fughe: i bisogni corporali dei richiedenti asilo possono attendere, vista la priorità della “sicurezza”.
C’è proprio da vergognarsi di come si organizza l’accoglienza di chi sopravvive ai viaggi della morte!
                                                                                                             
Rete antirazzista catanese

mercoledì 15 giugno 2016

La fuga di Kibret


foto: greenreport.it
Kibret è un ragazzo eritreo fermo alla stazione di Catania, in attesa che arrivi l’autobus per Roma. Con sé ha soltanto un biglietto, due panini vuoti e una bottiglietta d’acqua infilati in una busta di plastica. Stamattina è scappato dalla comunità per minori in cui era ospitato. Uno dei tanti centri nell’Isola dove i migranti vengono stipati, senza possibilità di scelta. Lì Kibret stava male. «Gli operatori non parlavano nemmeno la mia lingua, come potevano capire di cosa ho bisogno?», si domanda. «E poi gli altri ospiti mi picchiavano, ma non riuscivo a dirlo, mi sentivo solo».
Sbarcato in Sicilia, era stato forzato al rilascio delle impronte digitali a colpi di manganello elettrificato, e poi costretto in quell’edificio. Alle sue spalle, la dittatura di Afewerki e le violenze subite nella terra da cui si era messo in marcia. Un camion traboccante di esseri umani attraverso il deserto, le carceri libiche e le torture. Un gommone condiviso con altre cento persone. Il mare, il sale che mangia la pelle, la puzza di piscio. Le onde e la notte. Il naufragio e gli occhi in cielo per rivolgervi preghiere. La speranza di toccare terra. Il sogno di un dove a cui poter appartenere, finalmente, da essere umano degno di umanità.
«Al hamdullillah», se Dio vuole.
Kibret è fuggito perché in quella struttura d’accoglienza non si sentiva rispettato. «Sapevo che dovevano darmi due euro al giorno, ma in due mesi non li ho mai visti», racconta il giovane eritreo, che da giorni trascorreva i suoi pomeriggi a elemosinare davanti ai supermercati. «Mi hanno detto: “soldi non ce n’è per adesso, se ti piace è così, altrimenti là c’è la porta e te ne vai”». Questa è la frase che Kibret ha sentito urlata centinaia di volte, in risposta alle richieste sue e dei suoi compagni.    
Di storie come quella di Kibret, ogni sera, a Catania, se ne ascoltano a decine. Storie di minori non accompagnati. Storie di bambini e adolescenti in fuga oltre i confini del mondo adulto. Storie di persone offese da uno Stato che, in queste ore, continua a rastrellare migranti nei treni in Liguria e alla frontiera di Ventimiglia, per caricarli su un aereo delle Poste italiane e rispedirli in Sicilia. Come in un terrificante gioco dell’oca.
Kibret tira fuori dalla busta un pezzo di carta con su scritto un numero di telefono. Chiede di poter chiamare. «Devo avvisare mio zio che sto partendo». Un volontario gli porge un telefono, ma quel numero è inesistente. «Come lo incontro adesso, dove vado?». Allora un altro volontario gli spiega che a Roma potrà trovare temporaneo rifugio nelle tende degli attivisti del Baobab. Gli scrive l’indirizzo su quel pezzo di carta. «Qui domattina puoi fare colazione e riposarti». Qui potrà persino essere ascoltato.
Si è fatta l’ora,  l’autobus ha aperto le porte. Kibret si mette in fila. Guarda il pezzo di carta che tiene stretto in mano. Sorride, abbassa lo sguardo, sorride di nuovo. «Grazie, amo l’Italia», sono le sue ultime parole prima di ripartire.


Gianmarco Catalano

articolo pubblicato su I Siciliani

lunedì 13 giugno 2016

Nuovo sbarco a Catania, collaudato il metodo Frontex/hotspot: blindare, identificare, deportare, respingere


Sono ancora in corso le operazioni di sbarco dalla nave della Guardia Costiera CP 940 Dattilo di circa 640 migranti, partiti dalla Libia e di origini subsahariane. I giornalisti e gli attivisti antirazzisti sono tenuti sempre più a distanza, transennando la banchina 8 da entrambi i lati per impedire il diritto d’informare sul rispetto dei diritti umani e delle procedure per accedere al diritto d’asilo. Nonostante la presenza di varie associazioni umanitarie i/le migranti, appena sbarcati, vengono messi in fila verso banchetti di Frontex, Guardia di Finanza e Polizia Scientifica, che oltre alle foto segnalazioni procedono a prendere le impronte digitali, incuranti delle conseguenze che questa procedura comporta. Come da mesi denunciamo, da quando è stata trasferita a Catania la sede centrale di Frontex e da quando sono operativi i famigerati hotspot in tutta la Sicilia, le istituzioni preposte si trovano in emergenza, poiché nei mesi invernali non è stata approntata alcuna struttura d’accoglienza.
In base a quale criterio da alcune settimane centinaia di migranti, rastrellati a Ventimiglia e nei treni in Liguria, vengono deportati da Genova agli aeroporti siciliani?
Che fine ha fatto la tanto decantata capacità d’accoglienza della nostra città, quando a partire dal momento dello sbarco i tutori dell’ordine si attivano per ridurre sempre più gli spazi d’agibilità e d’informazione?
Sono arrivati 12 bus: 300 migranti sono stati trasferiti al Cara di Mineo, il resto a Taranto; vi erano 35 donne e sono stati arrestati 7 presunti scafisti

Rete Antirazzista Catanese

domenica 12 giugno 2016

Augusta, lungomare infognato e militarizzato


Marina militare a lavoro per riattivare il poligono di tiro


Cemento, filo spinato, bunker, tunnel e sotterranei, rifiuti edili e i resti di un campeggio per sottufficiali abbandonato sulla riva. A cento metri, un poligono di tiro dismesso e, al di là della recinzione divelta, persino munizioni esplose e lasciate tra gli scogli affacciati sul golfo Xifonio. Sembra la scena di una frontiera post-umana, un luogo e un tempo fermi alla desolazione. E' un tratto di costa occupato e abusato dalla Marina militare italiana - assolutamente off limits per i comuni mortali, nonostante gli accessi privati dalle villette del promontorio - che si estende per diversi chilometri tra le contrade Punta Izzo e Carrubbazza, fin oltre Punta Sant'Elia, quasi al confine con la scogliera del faro Santa Croce, in contrada Sant'Elena. Una vecchia trincea bellica nutrita dalle discariche abusive, nel grigiore delle costruzioni distrutte, tra lettini in plastica ammassati, vetri, lamiere e tubi arrugginiti. Senza soluzione di continuità con i chilometri di lungomare contaminato dalle fogne a cielo aperto, e i tre stabilimenti elioterapici (ma di fatto aperti alla balneazione) a suo ludico ed esclusivo di militari, dipendenti dell'arsenale marittimo e loro parenti, amici e amici degli amici e compari.
Qui Augusta finisce. O meglio ricomincia a blindarsi, a fare i conti con i propri muri. Perché la città e il suo mare, arrivati da queste parti, si chiudono nuovamente. Proprio come sull'altra sponda, dove campeggiano le artiglierie dell'esercito petrolchimico: quell'altra potente trincea che, dal dopoguerra, continua a sparare veleni sui corpi e sulle coscienze di una popolazione assuefatta.


gruppo esercitazione, poligono di Augusta, 1988
foto di poliziapenitenziaria.it
Eppure, superati i lidi-vacanze per pochi privilegiati, sulla strada non s'incontra solo l'archeologia militare di uno spazio negato alla società civile. Dove, peraltro, fior di dirigenti scolastici della provincia, con il permesso dell'ammiraglio di turno, portano i loro studenti a far visita ai depositi sotterranei di bombe, alle vedette e a tutto ciò che resta dei dispositivi di guerra attivi durante il secondo conflitto mondiale, costruiti anche cementificando caverne preistoriche. Ben presto, in quella costa interdetta alla libera fruizione, si tornerà a sparare. Lo ha deciso, da qualche mese, l'ammiraglio di Marisicilia Nicola De Felice, che intende riattivare il poligono di tiro rimasto fuori uso dai primi anni '90. Entro l'autunno, rivelano fonti interne all'ambiente militare, lo stabile dovrà essere rimesso in sesto. A volerne la riapertura è soprattutto il personale in divisa del comprensorio, stanco di dover sborsare 30 euro a sessione per esercitarsi  con le armi da fuoco presso le strutture del Catanese. E così, in tutta fretta, sono già a lavoro le pale meccaniche intente a sdradicare, giorno dopo giorno, piante e alberi che avevano ripreso possesso dell'edificio. Un intervento che rimetterà in funzione un vero e proprio campo di addestramento militare, e che avviene nel più completo silenzio delle autorità civili. Ma soprattutto, cosa ben più grave, all'insaputa della cittadinanza, nonostante si tratti di un'opera che comporterà un considerevole inasprimento della militarizzazione del territorio, nonché un'interdizione perpetua della navigazione nelle acque marine limitrofe. Per non dire dei pericoli per l'incolumità pubblica, e delle pesanti ricadute in termini d'impatto ambientale su un'area già ampiamente devastata e mai bonificata. Una zona costiera che andrebbe, piuttosto, smilitarizzata, restituita alla città e vincolata a riserva naturale protetta. Per porla al riparo dalle speculazioni, e mettere fine alle servitù militari che ne oscurano la bellezza.
Viene da chiedersi se la giunta e il consiglio comunale di Augusta siano a conoscenza della questione, e quale sia la loro posizione in merito. Se, al netto dell'acritica simpatia per le regate veliche e per tutti gli altri eventi patrocinati dalle istituzioni militari, la comunità di Augusta - e dell'intera provincia di Siracusa - abbia ancora la capacità di accorgersi di chi l'abusa, e la voglia di reagire.


Gianmarco Catalano

Leggi l'inchiesta su I Siciliani

venerdì 10 giugno 2016

Sigonella vola ad Augusta per la propaganda "a vele spiegate"


Nella mattinata di domani, in occasione del 10° trofeo velico Xifonio Cup di Augusta, patrocinato dalla Marina militare italiana, si "esibirà" in cielo un Atlantic del 41° stormo dell'aeronautica di stanza a Sigonella. Si tratta di un pattugliatore, specializzato nella caccia ai sommergibili, che viene quotidianamente utilizzato nelle operazioni di Frontex, nel mar Mediterraneo e nell'Egeo, per la protezione delle frontiere, il contrasto all'immigrazione "clandestina", l'avvistamento e l'affondamento dei natanti "sospettati" di alimentare il traffico di vite umane. L'aereo, in volo dalla base militare semi-statunitense - capitale mondiale dei droni da guerra, accompagnerà dall'alto le imbarcazioni impegnate nella competizione sportiva. A questa prima dimostrazione, durante la giornata seguiranno altre esercitazioni della Marina, con tanto di simulazioni del recupero di naufraghi. Per i più appassionati, sarà data la possibilità di visitare la nave scuola "Palinuro" e gli stand espositivi di tutte le forze armate, con la sola esclusione dell'esercito, all'interno della base navale di Terravecchia, che resterà aperta al pubblico per l'intero arco della manifestazione (li chiamano Open days).
Club service, associazioni di volontariato, autorità portuale e amministrazione comunale a 5 stelle, invitano in coro i cittadini a godersi lo "spettacolo" militaresco.
Ancora una volta Sigonella
spiega le ali della propaganda ad Augusta, come nel resto della Sicilia, per nascondere e ripulire il suo reale volto di morte, fatto di droni, lotta alle migrazioni, Muos e guerre planetarie. La Marina militare italiana, invece, approfitterà dell'occasione per rinnovare il già forte consenso radicato in decenni di occupazione territoriale e ideologica. Un evento per ricordare, agli ultimi scettici, quanto sia bello e "prestigioso" abitare una comunità iper-militarizzata, asservita e privata di spazi sociali e possibilità di decidere autonomamente della propria esistenza collettiva.

Gianmarco Catalano

giovedì 9 giugno 2016

Migranti, nuovo sbarco a Catania. Giornalisti e attivisti tenuti alla larga, in aumento misure di sicurezza e forze dell'ordine

foto di Alfonso Di Stefano
Sono da poco ultimate le operazioni di sbarco di 375 migranti (60 donne, 4 bambini, 311 uomini), salvati in 3 distinte operazioni, a 30 miglia dalle coste libiche, compiute dalla nave della marina militare irlandese ROISIN. Purtroppo, anche stavolta, i migranti soccorsi sono stati costretti a dormire in coperta per motivi di “sicurezza", divisi gli uomini a prua e le donne a poppa. Il capitano della nave ha rilasciato alcune dichiarazioni, relative ai numeri dell'intervento, ai pochi giornalisti relegati dietro le transenne ad oltre 100 metri di distanza dall'imbarcazione. 
Ad ogni sbarco, registriamo un aumento delle misure di sicurezza (in vista di quale pericolo?) e del dispiegamento di forze dell'ordine. Oggi, ad esempio, erano presenti carabinieri, polizia con blindato e guardia di finanza. In loco anche gli operatori di CRI, UNHCR, Save the Children, EASO. 

Caricati su 7 bus, in maggioranza della ditta romena Atlassib, circa 70 migranti sono stati trasferiti al Cara di Mineo, e tranne i bambini i restanti sono stati trasferiti in nord Italia, in buona parte in Lombardia.

Affare gas liquido sull'asse Augusta-Gela: intervista su Radio Onda Rossa


Qui di seguito l'intervista su Radio Onda Rossa di Andrea Turco e Gianmarco Catalano, ospiti del programma Entropia massima, per parlare delle trame relative all'affare gas liquido in Sicilia:

http://ia600205.us.archive.org/17/items/Vavavuma/29_160530-inquin.mp3


mercoledì 1 giugno 2016

Riprende il "gioco dell’oca" per i minori eritrei alla disperata ricerca di un’accoglienza degna in Italia

foto: lavoroculturale.org

Ieri pomeriggio siamo venuti a conoscenza della deportazione al Cara di Mineo di 52 migranti, rastrellati il giorno prima a Ventimiglia e subito trasferiti con un volo da Genova a Catania. Durante il nostro monitoraggio del transito e delle partenze dei migranti nella zona della Stazione catanese - attività che ci vede impegnati quasi quotidianamente - abbiamo avuto modo di dialogare con 6 di questi, che erano minori eritrei non accompagnati, arrivati in Sicilia alcuni mesi fa. Alcuni di loro erano stati identificati e forzati al prelievo delle impronte nell’hotspot di Pozzallo. Partiti da lì erano giunti nelle ultime settimane a Ventimiglia, con l'intento di proseguire il viaggio per ricongiungersi ai loro familiari in Nord Europa.



Domenica, però, sono stati bloccati proprio a Ventimiglia, dove è in atto una vergognosa operazione poliziesca diretta al respingimento dei migranti che si trovavano anche solo di passaggio. 


Nei prossimi giorni, tenteremo di conoscere la situazione degli altri 43 migranti deportati dal confine francese e rimasti al Cara (non è chiaro se a titolo di richiedenti asilo o come nuovi “ospiti” dell’hotspot).


Parlare di “gioco dell’oca", quando nei primi 5 mesi del 2016 i morti si contano a migliaia, ci sembra tragico per la vergognosa situazione dell’accoglienza, in particolare dei minori non accompagnati che, dopo aver impiegato mesi per attraversare tutta la penisola, in un solo giorno vengono rispediti in Sicilia, cioè al punto di partenza. Dall'Isola dovranno dunque ricominciare il loro viaggio, esponendosi con dignità e coraggio a nuovi rischi di violenze e abusi pur di raggiungere i loro cari. In risposta, le istituzioni anziché tutelare i minori, si dimostrano molto più efficienti nelle deportazioni che negano i diritti e affogano le speranze.


Rete Antirazzista Catanese