martedì 28 marzo 2017

In Sicilia si prepara la guerra nelle oasi naturali

foto di Mare Amico Agrigento

Da Nord a Sud, da Est a Ovest, proseguono senza sosta le prove di guerra in Sicilia. Archiviata la terza edizione della mega-esercitazione in mare Nato Dynamic Manta, l'Isola rimane a fare i conti con le ordinarie e insostenibili esercitazioni a fuoco delle forze armate italiane.


Giunta la primavera, mentre la marina militare si addestra nelle acque dello Ionio e del Mediterraneo Centrale, ad occupare vasti spazi terrestri ci pensano le intense attività belliche della brigata meccanizzata “Aosta”. Con l’utilizzo di armi portatili e di reparto, artiglieria pesante, bombe a mano e mortai, questa unità dell’esercito italiano impegna – contemporaneamente - almeno quattro poligoni di tiro siciliani: “San Matteo” in territorio di Erice (Trapani), “Santa Barbara” nei comuni di Tripi e Novara di Sicilia (Messina), “Drasy” tra la riva di levante del fiume Naro e Punta Bianca (Agrigento) e “Masseria dei Cippi” nelle campagne di Montelepre (Palermo). Sono aree di grande valore naturalistico, archeologico ed etnoantropologico, da decenni
 soggette a servitù militare e seriamente minacciate nella loro sopravvivenza.

Esemplare è il caso di Drasy: un poligono che si trova a due passi dalla Valle dei Templi (patrimonio Unesco) e comprende un’incantevole fascia costiera in attesa del riconoscimento come riserva naturale orientata, dopo la dichiarazione di “notevole interesse pubblico” emanata dalla Regione Siciliana nel 2001. Questo, però, non è bastato a porre fine ai continui bombardamenti dei carrarmati, da terra verso il mare, che stanno provocando l’inesorabile crollo della falesia di Punta Bianca e un probabile inquinamento del suolo e delle acque. Nell’oasi dell’Agrigentino, il 29 aprile si concluderà il primo quadrimestre di esercitazioni condotte sotto la direzione del Comando militare Autonomo di Sicilia. Da gennaio, al netto delle festività, fanno 90 giorni consecutivi – dalle ore 8 alle ore 17 - di addestramento a fuoco. Dopo la pausa estiva, si tornerà a sparare in autunno. In totale sono circa 8 mesi all’anno di esercitazioni, senza contare i war games svolti nello stesso luogo dalle forze armate statunitensi. Un calendario serrato che si ripete da oltre 60 anni, nonostante i danni ambientali denunciati dalle associazioni Mare Amico, Mare Vivo e Legambiente. Proprio quest’ultima, in una memoria depositata presso la Commissione Difesa della Camera dei Deputati, ha chiesto che «si ponga fine allo svolgimento di queste attività che nulla hanno a che fare con le finalità di un’area protetta, ma rappresentano un anacronistico e pericoloso utilizzo del nostro territorio in barba a leggi e regolamenti nazionali e direttive europee e internazionali, che nemmeno i Comitati Misti Paritetici tra Forze Armate e le singole Regioni sono stati in grado di garantire». 

Un destino analogo è  toccato anche al parco naturale di San Matteo. Un’area inclusa nel sito d’importanza comunitaria (SIC) denominato “Monte San Giuliano”, appartenente alla Rete Natura 2000, eppure inspiegabilmente adibita a poligono militare “occasionale”. Nel settembre dello scorso anno, dopo un’inchiesta del quotidiano MeridioNews, la vicenda è finalmente approdata sul tavolo del Ministero della Difesa, attraverso un’interrogazione parlamentare firmata dal senatore Vincenzo Maurizio Santangelo (M5S). Senonché «
a detta dello stesso ministero, tutto è nella regola», ha riferito qualche giorno fa il senatore Santangelo al termine di un’apposita audizione in Commissione Difesa. Il risultato è che, anche per quest’anno, le esercitazioni di tiro andranno avanti in aperta violazione delle direttive comunitarie, in assenza di una valutazione d’impatto ambientale (VIA) e nell’ignavia delle istituzioni locali. «Faranno solo un gran rumore, ma nulla di pericoloso» commentava a MeridioNews Salvatore Angelo Catalano, assessore del Comune di Erice e ufficiale dell’esercito.

Non vanno meglio le cose sul versante nord-orientale della Sicilia, nel Messinese, dove l’esercito testa i lanciarazzi anticarro “Panzerfaust
3”, tecnologia di produzione tedesca che ha rimpiazzato i vecchi bazooka. A soli tre chilometri dal borgo collinare di Tripi, in località Santa Barbara, «i militari sparano nella direzione di una grande roccia e il rumore si avverte sino in paese», confermano dall’ufficio tecnico comunale. Le sessioni di tiro coprono l’intero anno – mesi estivi compresi - e si svolgono proprio a ridosso dell’alveo del Torrente Mazzarrà, a poca distanza dalla riserva naturale di “San Cono-Casale-Carnena”. Un’oasi regionale istituita per offrire protezione e rifugio agli animali selvatici, per i quali la presenza di un poligono, con il suo forte impatto acustico e per l'ecosistema, non può che rappresentare un pesante deterrente.




Sul monitoraggio degli effetti ambientali di queste esercitazioni, in effetti, le autorità civili non sembrano particolarmente vigili. Come nel caso del poligono “Masseria dei Cippi”, alla periferia del Comune di Montelepre in provincia di Palermo. «E’ una zona di campagna, a poche centinaia di metri dai pascoli, che insiste sopra una falda acquifera» spiega Giacomo Maniaci, giornalista del quotidiano
MontelepreWeb. A sparare in questo poligono, accanto ai reggimenti dell’esercito, si recano il corpo forestale, l’XI reparto mobile della polizia di Stato, carabinieri, guardia di finanza e polizia scientifica. «Il rischio è che a lungo andare queste attività possano avere degli effetti negativi sull’acqua del pozzo Cippi, principale fonte di approvvigionamento idrico di Montelepre», sottolinea il giornalista. «Per il momento le analisi sul pozzo sono perfette, ma i controlli sul terreno non spettano al Comune», afferma Maria Rita Crisci, sindaca di Montelepre eletta col sostegno del Partito Democratico, poco più di un anno fa, dopo lo scioglimento del consiglio comunale per mafia avvenuto nel marzo 2014. «Tutti gli anni chiediamo contezza dei prelievi effettuati dall’assessorato regionale – aggiunge la sindaca – Per il momento non sono in possesso di dati da cui desumere motivi di allarme, ma mi riservo di approfondire con i miei uffici». Da tempo però, secondo Maniaci, «sulla questione si fa troppo silenzio, a causa del disinteresse delle istituzioni e degli stessi cittadini».


Gianmarco Catalano




inchiesta pubblicata su I Siciliani e Contro Piano





 

venerdì 24 marzo 2017

Dynamic Manta, prove di guerra a rischio nucleare. La protesta degli attivisti e il silenzio delle istituzioni civili

foto di Aviation Report


L'immagine parla da sé. A largo delle coste siciliane il sottomarino a propulsione nucleare statunitense durante l'esercitazione di guerra NATO (1) e a poche miglia di distanza una nave mercantile probabilmente transitata dal porto di Augusta. Come denunciato dal Coordinamento regionale dei comitati No Muos, le manovre militari di Dynamic Manta si stanno svolgendo in mancanza di un piano d'emergenza esterno, aggiornato e accessibile in base alla legge, per rispondere all'eventualità di un incidente atomico (2). A ciò si aggiungono i sensibili danni all'ambiente e alle economie marittime che questo genere di addestramento bellico necessariamente comporta.


foto di A. Di Stefano

foto di L. Manna

Nonostante le denunce e il presidio No War svoltosi domenica scorsa davanti ai cancelli della base navale di Augusta e poi in piazza e per le strade della città, la politica e le istituzioni locali - in primis, il Prefetto di Siracusa, la Sindaca, l'intera Giunta e il Consiglio comunale di Augusta - continuano a trincerarsi dietro un silenzio imbarazzante, ignorando le documentate proteste degli attivisti, la gravità della problematica sollevata e i connessi rischi per la sicurezza delle popolazioni (3).

Oggi è l'ultimo giorno dell'esercitazione Nato, ma altri devastanti war games in Sicilia e nel Mar Mediterraneo sono già in calendario. Resistere e opposi a questo stato di cose rimane il compito delle realtà sociali impegnate quotidianamente nella lotta contro la militarizzazione dei territori, la difesa dell’ambiente e la promozione di una cultura di pace, giustizia sociale, solidarietà e accoglienza.



Gianmarco Catalano




(1) All'esercitazione NATO in corso nel Mediterraneo, anche la Marina miliare francese schiera "un sottomarino nucleare d'attacco", come segnala la rivista francese Mer et Marine. Ecco l'elenco completo dei mezzi aeronavali schierati per l'edizione 2017 di Dynamic Manta:
fonte: Turkish Navy


(2) Mentre cresce la presenza di sottomarini russi schierati nel Mediterraneo, le forze Nato mostrano i muscoli attraverso le manovre di Dynamic Manta. Tra i paesi mediterranei, il primato per numero e qualità di sottomarini va alla Francia: 14 sommergibili, di cui 4 con capacità d'armamento nucleare. Seguono Turchia (13), Grecia (11), Italia (7), Spagna (3) e Portogallo (2). Gli Stati Uniti, invece, possiedono 82 sottomarini contro i 75 a disposizione della Russia: 13 (Russia) contro 14 (Usa) è infine il rapporto sul numero di sottomarini con capacità d'armamento nucleare


(3) Con Dynamic Manta  si gioca a "gatto e topo", ovvero la propaganda di guerra firmata Nato

Questo è il promo di Dynamic Manta diffuso dalla Nato per l'edizione dello scorso anno. Il video veniva accompagnato dal seguente messaggio: "It’s a game of cat and mouse in the Ionian Sea as eight nations - France, Germany, Greece, Italy, Spain, Turkey, the UK and the US – practice anti-submarine warfare as part of NATO exercise Dynamic Manta. But who will win? The cat, or the mouse?"
Un perfetto esempio di propaganda bellicista: come far passare una prova di guerra per un avvincente gioco "a gatto e topo". Chi vincerà? Tom o Jerry?

lunedì 13 marzo 2017

Stop ai giochi di guerra Usa-Nato in Sicilia: il 19 marzo presidio ad Augusta

vignetta di Guglielmo Manenti


No Dynamic Manta, stop ai war games Usa e Nato in Sicilia!

Presidio ad Augusta, domenica 19 marzo ore 10:30       



Dieci nazioni coinvolte, una trentina di mezzi aeronavali con relativi equipaggi, due basi d’appoggio e il Canale di Sicilia come grande palcoscenico. In programma, dal 13 al 24 marzo, la terza edizione di Dynamic Manta, la più grande esercitazione di guerra nel Mediterraneo condotta annualmente dall’Alleanza Atlantica (Nato). Un addestramento dedicato alla lotta anti-sommergibile e contro le unità navali di superficie (anti-surface warfare) che riprodurrà «scenari realistici ed eventi con difficoltà crescente», come sottolineato dal comunicato ufficiale della Marina militare italiana. La base navale di Augusta e quella aerea di Sigonella, come di consueto, forniranno il supporto logistico alle complesse manovre in mare delle forze armate d’Italia, Francia, Inghilterra, Spagna, Grecia, Turchia, Germania, Usa, Norvegia e Canada. L’obbiettivo dichiarato è quello di migliorare la capacità di combattimento in contesti multinazionali, attraverso una simulazione di “caccia” tra sommergibili che si alterneranno nei ruoli di “cacciatore” e “cacciato”, con il supporto di navi, elicotteri e aerei da pattugliamento.

 
         
Tra le unità navali impiegate, a preoccupare maggiormente è la presenza di sottomarini a propulsione nucleare, già partecipanti all’edizione dello scorso anno. Per l’ipotesi d’incidente atomico, infatti, manca ad oggi un piano di emergenza esterna – aggiornato e accessibile al pubblico - nonostante il porto di Augusta sia periodicamente interessato dal transito e dalla sosta del naviglio nucleare di Stati Uniti e altri Paesi Nato. La notizia è stata confermata indirettamente, nel mese di gennaio, dalla stessa prefettura di Siracusa che, in risposta alla richiesta di alcuni attivisti, aveva negato l’accesso al piano d’emergenza attualmente in vigore, proprio perché «in fase d’aggiornamento». E ciò malgrado le informazioni sul rischio nucleare, in base alla legge, «devono essere fornite alle popolazioni interessate senza che le stesse ne debbano fare richiesta», rimanendo «accessibili al pubblico, sia in condizioni normali, sia in fase di preallarme o di emergenza radiologica» (D.Lgs. 230/95). Regole che, ad Augusta come nei restanti porti militari e nucleari italiani, da oltre vent’anni rimangono lettera morta. E questo, già da solo, offre la misura dei pericoli a cui sono esposti i territori a causa della militarizzazione e delle operazioni di guerra che vedono tristemente protagonista la Sicilia e il Mediterraneo.          

In questo quadro s’iscrive anche la Dynamic Manta, che però non sarà l’unico war game previsto, per questo mese, a largo delle coste siciliane. Difatti, quasi del tutto in contemporanea all’esercitazione Nato, le forze speciali statunitensi (Special Forces Group USA) saranno impegnate in esercitazioni di tiro a fuoco presso il poligono marittimo di “Pachino Target Range E321”. Una serie composta di 5 sessioni d’addestramento,  partita il 20 febbraio per concludersi il 22 marzo, che sta provocando l’interdizione assoluta della relativa zona di mare «alla navigazione, alla sosta, alla pesca e ai mestieri affini», come da apposita ordinanza della Capitaneria di Porto di Siracusa. Compresa tra Punta delle Formiche e Punta Castellazzo, all’estremo sud della Sicilia orientale, quella coinvolta è un’incantevole area naturalistica, marina e terrestre, da tempo asservita alle periodiche e intense prove belliche della Nato e dei marines, anche tramite l’utilizzo dei famigerati droni (micidiali aerei senza pilota) ospitati a Sigonella.

         


Così, mentre per uomini, donne e minori migranti il Mediterraneo è frontiera da sfidare per la sopravvivenza, gli eserciti Usa-Nato stanno trasformando questo stesso specchio d’acqua in un laboratorio di guerra permanente, che si affianca al ruolo operativo assunto dalla Sicilia come piattaforma offensiva proiettata nei teatri bellici africani, mediorientali e asiatici. Un ruolo, quest’ultimo, aggravato dalla recente conferma del dissequestro del Muos di Niscemi da parte della Cassazione,  mentre è in programma l’allargamento della base dei droni-killer di Sigonella.           

Le continue esercitazioni militari nell’Isola, oltre a danneggiare l’ambiente e a iniettare nei territori una sub-cultura militarista di violenza e prevaricazione, bruciano ingenti risorse economiche sottratte alla scuola, alla cultura, alla sanità, al risanamento e alla messa in sicurezza dei territori. Gli stessi settori colpiti dai continui tagli prodotti dalle politiche di austerità imposte dall’Unione europea e dal Fondo Monetario Internazionale.          

Nel frattempo, l’avvento di Trump alla presidenza degli Stati Uniti ha inaugurato una nuova stagione di corsa agli armamenti in ambito Nato. E l’Italia, dal canto suo, quest’anno destinerà alle spese militari ben 23,4 miliardi di euro (oltre 64 milioni di euro al giorno), di cui circa un quarto impiegati per l’acquisto di portaerei, carri armati, aerei ed elicotteri d’attacco (fonte rapporto Milex).

Per manifestare un chiaro dissenso all’utilizzo della Sicilia e del Mediterraneo per le manovre belliche targate Nato e Usa, facciamo appello alla mobilitazione della cittadinanza e di tutte le realtà sociali impegnate nella lotta contro la militarizzazione dei territori, la difesa dell’ambiente e la promozione di una cultura di pace, giustizia sociale, solidarietà e accoglienza.      

A questo scopo, proprio in contemporanea all’esercitazione Dynamic Manta, indiciamo un presidio davanti ai cancelli della base della Marina militare di Augusta (banchina Tullio Marcon, Via Darsena) per domenica 19 marzo, alle ore 10:30. 

Per adesioni: comunica@nomuos.info         



Coordinamento regionale dei comitati No Muos      

venerdì 3 marzo 2017

Stop Veleni, Giustizia per i Territori: cresce la mobilitazione in tutta la Penisola

Stop Veleni, Giustizia per i territori   
Cresce la mobilitazione in tutta la Penisola

    
da Trieste ad Augusta, passando per Bagnoli e Taranto, movimenti, comitati, associazioni e liberi cittadini fanno rete e lottano per obbiettivi comuni: chiusura delle fonti inquinanti, bonifica dei territori,         risarcimento, potenziamento dei presidi sanitari, riconversione socio-   economica e sicurezza per cittadini e lavoratori                     


I rifiuti dell’Ilva di Taranto, negli ultimi mesi, sono stati trasferiti in Sicilia, nel bel mezzo del polo petrolchimico siracusano e nel più completo silenzio delle istituzioni, nonché all’insaputa delle popolazioni locali. Dal giugno al dicembre dello scorso anno, oltre 30 mila tonnellate di polverino prodotto dagli altiforni dell’acciaieria pugliese sono approdate al porto di Catania, in aggiunta alle 9 mila tonnellate giunte al porto di Augusta ad aprile del 2015.           

Dopo le prime denunce delle associazioni ambientaliste,
il ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti tentava di minimizzare parlando di “situazione transitoria”. Lo stesso aveva dichiarato in merito al carico di veleni sbarcato nel 2015 ad Augusta. Nel frattempo, con cadenza settimanale, diversi autotreni carichi di polverino continuavano a imbarcarsi a Taranto sulla nave Eurocargo Livorno del Gruppo Grimaldi, per fare scalo notturno a Catania e raggiungere via terra la discarica Cisma di Melilli

Montata la protesta e la mobilitazione della cittadinanza, 
lo scorso 19 dicembre il ministro Galletti ha annunciato lo stop al trasferimento del polverino in Sicilia. La comunicazione ministeriale arrivava cinque giorni dopo il presidio di protesta al porto etneo compiuto da alcuni attivisti, che era culminato nel blocco temporaneo dei camion all’uscita dello scalo commerciale. 

Fu proprio in quella occasione che i manifestanti poterono
verificare le assurde condizioni in cui stava avvenendo il trasporto: il carico di scorie era coperto malamente solo da un telone, mentre sulle sponde delle fiancate e del retro c'erano cumuli di polverino nero, che fuoriusciva dal cassone. Con un risultato inevitabile: il disperdersi di parte delle polveri lungo il tragitto che separa il porto di Catania dalla discarica di Melilli; e prima ancora sulla nave e nelle strade pugliesi interessate dal passaggio dei camion.         


Nel gennaio scorso, una delegazione del Comitato Stop Veleni e del Comitato No Pua ha incontrato l'ammiraglio Nunzio Martello, commissario straordinario dell'Autorità portuale di Catania; il quale ha confermato che il traffico di rifiuti verso Catania è attualmente fermo, anche se ad attestarlo non vi è nessuna comunicazione scritta pervenuta dal ministero dell'Ambiente, al di là delle note apparse sulla stampa. Al centro del confronto con l'Autorità portuale sono state, soprattutto, le gravi irregolarità nelle modalità di trasporto riscontrate direttamente dagli attivisti la notte del 14 dicembre. Di fronte alle inequivocabili immagini dei cumuli di polverino depositati sulle sponde esterne dei camion, lo stesso Martello ha riconosciuto l'anomalia dell'operazione come un fatto "oggettivo", facendo intendere che apposite indagini giudiziarie sarebbero in corso. Dalla Capitaneria di porto di Catania, nel frattempo, viene riferito che a curare la logistica dell'intera operazione è stata la Paradivi Servizi, società di proprietà della stessa famiglia Paratore che detiene il controllo della Cisma di Melilli. Solo in alcuni casi, invece, il trasporto è stato effettuato dalla società Trans Isole di Angri, in provincia di Salerno. 

Essendo il polverino d'altoforno classificato come rifiuto speciale, la normativa di settore impone specifici accorgimenti per il suo trasporto. Perché, che proceda a bordo dei camion o in nave, per utilizzare le parole dell'ammiraglio Martello, "il rifiuto non deve essere disperso". Ossia, l'esatto contrario di ciò che è avvenuto durante il trasporto del 14 dicembre.         

A meno che non si voglia sostenere che disperdere un rifiuto speciale dai camion durante il trasporto sia una prassi regolare, la situazione è in sé inaccettabile. E se ciò è potuto accadere, è evidente che a monte si è verificata una falla nei controlli di sicurezza. Sia nel porto di partenza (
Essendo il polverino d'altoforno classificato come rifiuto speciale, la normativa di settore impone specifici accorgimenti per il suo trasporto. Perché, che proceda a bordo dei camion o in nave, per utilizzare le parole dell'ammiraglio Martello, "il rifiuto non deve essere disperso". Ossia, l'esatto contrario di ciò che è avvenuto durante il trasporto del 14 dicembre.         
A meno che non si voglia sostenere che disperdere un rifiuto speciale dai camion durante il trasporto sia una prassi regolare, la situazione è in sé inaccettabile. E se ciò è potuto accadere, è evidente che a monte si è verificata una falla nei controlli di sicurezza. Sia nel porto di partenza (Taranto) che in quello di arrivo (Catania). Controlli che, nello specifico, competono alla Dogana, essendo il polverino d'altoforno considerato alla stregua di qualunque altra merce ordinaria (dalle distinte di carico, infatti, non risulta la denominazione di "polverino d'altoforno"). Fermo restando che all'autorità portuale rimane la più complessiva vigilanza su ogni attività od operazione che si svolga all'interno del porto; perché se è vero, come sottolinea l'ammiraglio, che la legge non impone "controlli particolari" per il transito del polverino negli scali marittimi, sarebbe in ogni caso preoccupante se non venisse garantito nemmeno un controllo generale, minimo, ma comunque sufficiente a evitare un'irregolarità così grossolana come quella accaduta e documentata a dicembre dello scorso anno. In tal caso, si tratterebbe di un episodio potenzialmente destinato a ripetersi. Con buona pace delle rassicurazioni istituzionali.  

In definitiva, nonostante la disponibilità dimostrata dal commissario straordinario Martello, le nebbie che avvolgono gli aspetti centrali di questa vicenda faticano a dipanarsi. Il polverino, dice il ministro 
In definitiva, nonostante la disponibilità dimostrata dal commissario straordinario Martello, le nebbie che avvolgono gli aspetti centrali di questa vicenda faticano a dipanarsi. Il polverino, dice il ministro Galletti, non arriva più in Sicilia. E allora allo stesso ministro chiediamo: dove sono dirette adesso queste scorie industriali? Quale regione d'Italia o d'Europa è stata individuata come nuova pattumiera? E cosa ne sarà del polverino nel frattempo giacente qui a Melilli?
Su queste domande il governo Gentiloni-Renzi continua a tacere, mentre in compenso il ministero dell'Ambiente ha tenuto a ribadire che la "transitoria" operazione polverino è "comunque avvenuta in piena sicurezza e trasparenza".

A dispetto dei proclami istituzionali, la nostra mobilitazione prosegue con prossime iniziative in programma; affinché, dal basso, possa crescere un percorso collettivo di lotta sulla questione ambientale che da decenni affligge la popolazione siciliana, da Siracusa a Gela, da Milazzo a Niscemi. Perché in ballo non c’è soltanto la vicenda dei rifiuti dell’Ilva – ultima arrivata di una lunga serie di abusi - ma la più generale necessità di chiusura delle fonti inquinanti, bonifica dei territori, riconversione ecologica degli stabilimenti e sicurezza per i cittadini e i lavoratori costretti a subire i costi devastanti di un’industria inquinante che continua a divorare l’ambiente e la salute pubblica, giocando al ricatto occupazionale e negando il diritto ad un lavoro sano e sicuro.

 




Sabato 25 febbraio, un fiume di 8000 persone ha sfilato in corteo a Taranto. Bambini, studenti, mamme, operai, anziani. Nella "Città dei due mari" da TriesteBagnoliSalernoBrindisiGrottaglie: territori inquinati e comunità resistenti, dal nord al sud d'Italia, per dire che la Salute non si patteggia! Per rivendicare Giustizia, risanamento ambientale, risarcimento dagli inquinatori, riconversione socio-economica, lavoro libero da sfruttamento e ricatto occupazionale. Da Augusta c'eravamo anche noi a portare la voce di quella Sicilia che r'esiste ai veleni, all'arroganza dei potenti, alle ecomafie, all'assalto di chi continua a devastare intere regioni per incassare lauti profitti. La grande manifestazione di sabato è stata solo il primo passo verso un percorso di riscatto sociale, dal basso, che vede unite tutte le comunità vessate da decenni d'inquinamento materiale e culturale. Grazie ai/alle tarantini/e, grazie a chi lotta e a chi rialza la testa per un altro mondo possibile. 

#GiustiziaPerTaranto
, giustizia per tutti e tutte!

  



Comitato Stop Veleni         

   
       
   


     

   
       
   contattaci:
stopveleni@email.it                                    facebook: Comitato stop veleni         
                         

giovedì 2 marzo 2017

Ridiamo voce a Punta Izzo


SAB 4 MARZO, ORE 18, ASSEMBLEA AD AUGUSTA (SR)L'immagine può contenere: una o più persone, cielo, nuvola, oceano, bambino, spazio all'aperto e natura
                                                                                              foto di Scatto Sociale

Petizione pro Punta Izzo, a due mesi dalla consegna: cosa fanno le istituzioni interpellate?



A oltre due mesi dalla consegna della petizione popolare per la smilitarizzazione, la bonifica e la tutela di Punta Izzo, chiediamo alla Sindaca Maria Concetta Di Pietro e all’intera Amministrazione comunale quali azioni sono state finora intraprese, e quali quelle programmate, per dar seguito a quell’istanza avanzata da più di mille cittadini. La stessa domanda la rivolgiamo alla Presidente del Consiglio Lucia Fichera e a tutti i Consiglieri comunali. Ad oggi, infatti, non abbiamo alcuna notizia di concrete iniziative politico-amministrative, da parte dei vari organi del Comune di Augusta, finalizzate a conseguire la dismissione militare, la tutela eco-culturale e la fruibilità pubblica del comprensorio costiero di Punta Izzo.   

Ricordiamo che la petizione popolare era stata consegnata alla Sindaca il 22 dicembre dello scorso anno, mentre pochi giorni prima era stata recapitata al Ministero della Difesa e a tutte le altre istituzioni nazionali e regionali competenti, dalle quali non è ancora pervenuto alcun riscontro. Alla petizione avevamo unito una lettera d’accompagnamento, indirizzata alla stessa Sindaca, alla Presidente del Consiglio e ai Consiglieri, nella quale abbiamo dettagliatamente descritto i vari passaggi dell’iter amministrativo che il Comune ha l'onere di avviare per poter raggiungere l’obbiettivo di restituire Punta Izzo alla collettività, dopo oltre un secolo di usi bellici e militari.

Come da mesi diciamo, il primo passo in questa direzione non può che essere l’istanza di dismissione che il Comune deve indirizzare al Ministero della Difesa, chiarendo da subito le finalità sociali, ecologiche e culturali sottese alla riconversione civile di Punta Izzo, per verificare l’effettiva disponibilità del governo a smilitarizzare l’area, avendo esaurito quelle funzioni istituzionali per le quali era stata sottratta alla comunità di Augusta.         


In parallelo all’istanza ministeriale, diversi sono gli atti che il Comune potrebbe porre in essere allo scopo di ottenere l’apposizione di ulteriori vincoli paesaggistici e culturali sul bene. Tra questi, la segnalazione alla Commissione provinciale per la tutela delle Bellezze Naturali e Panoramiche di Siracusa, per la dichiarazione regionale di “notevole interesse pubblico”. Quest’ultimo sarebbe un riconoscimento importante, che si giustifica anche alla luce del livello massimo di tutela (3) che il Piano Paesaggistico della Regione Siciliana già accorda al comprensorio di Punta Izzo, con la previsione del divieto assoluto di edificabilità e financo di effettuare movimenti di terra, essendo non solo un luogo d’interesse naturalistico ma anche uno dei principali siti archeologici del Paleolitico superiore nella Sicilia sud-orientale.         

Eppure, malgrado la normativa regionale prescriva per il sito opere di rinaturalizzazione ed eliminazione dei detrattori ambientali, alcune settimane fa la Marina militare ha eseguito, tramite affidamento diretto ad una ditta locale, alcuni discutibili lavori di “messa in sicurezza” delle infrastrutture dell’ex poligono di Punta Izzo. Per un costo di circa 14 mila euro, nello specifico, si è proceduto a murare gli accessi alla vecchia struttura in cemento al servizio del centro d’addestramento militare, lasciando però al suo interno rifiuti di vario genere: rottami in ferro, residui di potature e materiale di risulta. A quest’intervento si è accompagnata la rimozione di parte della preziosa vegetazione cresciuta ai margini del terreno utilizzato in passato per le esercitazioni a fuoco, e tuttora gravato del bossolame disperso durante le sessioni di tiro.        

Nel frattempo, prendiamo atto del silenzio dietro il quale finora ha scelto di trincerarsi il locale comando di Marisicilia, che continua a ignorare l’istanza portata avanti dalla cittadinanza da oltre 8 mesi, nonché quei giornalisti (di recente anche della Rai) che chiedono di conoscere le reali intenzioni della Marina militare per il presente e il futuro di Punta Izzo.

Per tutte queste ragioni, e anche alla luce dei recenti accadimenti, rivolgiamo l’invito all’Amministrazione e al Consiglio comunale a far conoscere alla cittadinanza cosa si sta facendo, cosa si è fatto fino ad oggi e quali iniziative sono state programmate, per tutelare e rendere fruibile uno degli ultimi tratti selvaggi della costa megarese, mettendolo al riparo da utilizzi ed esercitazioni militari, privatizzazioni e da qualunque altra destinazione incompatibile con la sua conservazione naturale e culturale.

Con l’intento di tornare a discutere collettivamente di questa tematica, dando nuovo impulso alla raccolta firme e alla partecipazione dei cittadini, diamo appuntamento a sabato 4 marzo, alle ore 18, per un’assemblea pubblica in Piazza Duomo ad Augusta.


Coordinamento per la smilitarizzazione e la tutela di Punta Izzo


testo della lettera d'accompagnamento: https://www.facebook.com/notes/punta-izzo-possibile/lettera-al-sindaco-al-presidente-del-consiglio-comunale-e-ai-consiglieri-di-augu/1234268183372735


pagina evento fb: https://www.facebook.com/notes/punta-izzo-possibile/lettera-al-sindaco-al-presidente-del-consiglio-comunale-e-ai-consiglieri-di-augu/1234268183372735

foto della "messa in sicurezza" dell'ex poligono: https://www.facebook.com/puntaizzopossibile/posts/1264086693724217

servizio tgr sicilia: https://www.youtube.com/watch?v=E6FNKtD27hg